25th Oct2010

L’ enologo come l’ anestesista?

by elenabardelli

Potrebbe sembrare uno strano accostamento ma, qualche giorno fa, mi ritrovavo a parlare della figura professionale dell’ anestesista e la mia mente ha fatto un po’ di associazioni di pensieri.

Si parlava di interventi chirurgici, maxillo facciali nello specifico. Da li si è spaziati per le varie vie della chirurgia passando dal neurochirurgo, al cardiochirurgo e via dicendo. Come spesso accade si vede un figura professionale più “importante” di un’ altra perché si occupa di cose più “difficili”. Oltre a considerare che “difficile” non è un concetto assoluto (quello che è difficile per me non lo è per un altro e viceversa) era per me importante sottolineare che senza un anestesista alle spalle il chirurgo, di qualsiasi tipo, non esisterebbe, non avrebbe modo di mettere in pratica la sua professione.

L’anestesista, figura così importante ma sempre nell’ ombra; colui che ha la vita tra le mani ma che viene ricordato solo in caso di insuccesso che, il più delle volte,  rientra nell’ imponderabile.

Ed ecco; ora arriva la mia (forse) strana associazione di idee. La sera mi ritrovavo ad osservare lo splendido colore rosso del vino nel mio bicchiere, ero in contemplazione di quel liquido. Profumi, riflessi… ogni cosa contribuiva a stimolare la mia fantasia facendo viaggiare la mia mente in paesaggi, colori, odori.

Si sta a guardare quanto più o meno valido un terroir, quanto è bravo il produttore, se il tal grappolo aveva un adeguato numero di acini. Forzature a parte mi sembrava di riproporre il ragionamento del mattino sotto una diversa chiave. Tutti fattori importanti però è anche grazie ad un enologo se quel bicchiere riesce a trasmetterci delle emozioni. A volte mi sembra che non sia tenuto in considerazione, un alchimista nascosto.

L’enologo come l’anestesista. Figure importanti ma, a volte, poco considerate.

8 Responses to “L’ enologo come l’ anestesista?”

  • Un associazione cosi strana che mi piace molto 🙂

  • massimo lanza

    Sino a qualche anno fa la chiosa finale del tuo post avrebbe fatto sorridere in molti! Per fortuna l’era dell’enologo star sembra essersi conclusa, vuoi qualche scandalo in giro per l’Italia, vuoi un modo più adulto e consapevole da parte di consumatori e media di vedere ed interpretare il fenomeno vino, da un paio d’anni si sente meno parlare di enologi e più di terroir e vitigno. Ricordo perfettamente che sino a qualche anno fa alcuni colleghi prima ancora di qualsiasi altra domanda chiedevano subito chi fosse l’enologo o il consulente aziendale, magari sentendosi rassicurati sulla bontà del vino se la risposta comprendesse uno di quella dozzina di enologi noti ai più che lavorano “dalle alpi alle piramidi” piuttosto che quello di uno sconosciuto. Dimenticando che questa dozzina di nomi noti tuttalpiù si occupa di un 5% delle cantine italiane. Continuo a credere che la figura dell’enologo sia importante in un’azienda e tanto più importante è il contributo quando all’interno dell’azienda questi interagisce al meglio con la proprietà creando le sinergie adatte per raggiungere quello che dovrebbe essere lo scopo del suo lavoro, ovvero un prodotto finale dagli standard qualitativi alti, che rispecchi il terroir il vitigno di origine e che abbia anche personalità. Non so ad esempio dove sarebbe adesso la Toscana del vino senza il contributo di Giacomo Tachis. Detto questo un plauso al tuo, solo in apparenza ardito, paragone, che mi ha fatto pensare e ricordare a tanti grandi vini bevuti in questi anni che alle spalle non avevano l’opera di un enostar strapagata ma il silente lavoro di vignaioli, cantinieri, agronomi, enologi sconosciuti ai più e lontani mille miglia dalle luci dello star-sistem ma capaci di mettere in un bicchiere l’alchimia unica dell’incontro tra il territorio, la vite e l’uomo.

  • Dai, mettiamo un po’ di pepe con qualche banale “provocazione”… L’anestesista permette al chirurgo di operare in santa pace. L’enologo può far lavorare il vigneron in tranquillità, ma solo se la qualità di partenza è valida. Allora, vista da questa prospettiva, ancor più dell’enologo è la figura dell’agronomo ad essere dimenticata. Non dimentichiamo che la qualità si fa in (parte dalla) vigna… e un buon vigneron senza un buon agronomo (o senza nozioni importanti in questo campo) corre il rischio di partire già con il piede sbagliato. Poi certo anche l’enologo, che consiglia e cerca di trovare la strada migliore. Però sono convinto che la vera alchimia, come dice Massimo, sia l’insieme di uva, terreno e uomo. E certe volte, forse, la mano dell’uomo, almeno in cantina, dovrebbe essere talmente leggera da non sentirsi neppure. Bel post, complimenti… cibo per la mente… 🙂

  • Rossano

    Ciao Elena,
    ti scrivo il mio commento in pochissimi minuti, prima di tornare alla professione che descrivi, senza rileggere quello che dichiaro e quindi chiedo in anticipo scusa per errori.
    Quello dell’ enologo è un mestiere molto antico e, così come il vino, radicato nel quotidiano della nostra società. Qualche anno fà era una professione molto stimata tant’è che anche con il titolo di Enotecnico in cantina ti chiamano dottore e tutti davano del lei a queste figure quasi magiche. Oggi il “dottore” è sceso dal piedistallo e parla e si confronta con la gente comune ma siamo tutte persone e quindi non credo si possa generalizzare accostando l’intera casta a un’altra professione. Se intendi paragonarci a qualcuno che lavora nell’ombra cioè non a contatto con il pubblico ti posso dire che quando entri in una cantina hai sfilze di cantinieri, operai, impiegati e i titolari stessi che aspettano il tuo tocco, un assaggio, un “và bene, si può imbottigliare” che pendono dalle tue labbra perchè il tuo giudizio si moltiplichi in migliaia di messaggi e venga accolto dal pubblico. Ecco allora che il contatto con la gente c’è ed è nel vino stesso anche per chi non esce dalla cantina. Generalmente però siamo chiamati a diffondere e divulgare noi stessi il messaggio perchè oggi la gente vuole sapere ci c’è dietro la bottiglia. Io paragonerei l’ enologo al chirurgo e il cantiniere all’ anestesista e spenderei una parola a conforto di tutto il resto dell’ equipe che non si vede, che fà un lavoro duro e faticoso e riceve solo dei calci per arrivare agli obbiettivi di produzione.
    Se posso paragonarci a qualcosa di diverso paragonerei l’enologo a un pittore o uno scultore che sente la materia e la esprime, la propone in una forma che tutti possono comprendere.

    Pensando a Te, se dovessi lavorare un’ uva per descriverti userei un Tokai da fare in vendemmia tardiva e ci tirerei fuori un mondo di profumi e un corpo avvolgente e morbido.

    Ciao

    • Ciao Rossano,
      Innanzitutto grazie per il tuo commento, ha sottolineato che ci sono molte persone dietro una bottiglia, che lavorano anche pesantemente permettendo così l’inizio della nascita di un vino.
      Con il mio “ragionamento” non volevo paragonarvi a persone che non sono a contatto con la gente, come dici tu “nell’ombra”, ma piuttosto, parlando per la mia esperienza dopo vari confronti con conoscenze, una figura professionale che non è presa in considerazione, il che è pure peggio. Per questo ho fatto questo paragone apparentemente stravagante.
      Se questo pensiero coinvolge una parte limitata mi può solo far piacere.
      Un pittore, un compositore… sai, a mio avviso l’arte ha varie forme e le sue sfumature ed interpretazioni sono forse infinite.
      Grazie ancora per la tua risposta e per l’interpretazione Tokai 🙂
      A presto
      Elena

  • Leggo con molto piacere questo post poichè tocca da vicino la realtà in cui vivo quotidianamente. Personalmente credo che non sia l’enologo/anestesista ad avere in mano il successo futuro di un vino… credo piuttosto che sia un insieme di cose, di professioni, di conoscenze e competenze che portano ad avere dei risultati davvero ottimi. E questo insieme non potrebbe fare a meno di solo uno degli elementi citati, altrimenti il risultato non sarebbe completo. Territorio, clima, qualità delle uve… e poi ancora, i ruoli dell’uomo e della natura che in un prodotto come è il vino sono entrambi fondamentali ma ben distinti tra loro. Qualità del terroir e qualità delle competenze degli uomini che lavorano in cantina (enologo compreso) e in vigna vanno di pari passo con la qualità del prodotto.
    La figura dell’enologo negli ultimi anni è stata messa un po’ da parte, ma i ruoli del contadino e del cantiniere hanno mai avuto un momento di successo?

    • Verissimo che è l’ insieme di tutte le cose che dici. E’ anche vero che ne il contadino o il cantiniere forse non hanno mai avuto momenti di gloria e di successo però, nell’ immaginario collettivo, sono figure che vengono contemplate e considerate “normali” e necessarie.
      Quello che volevo sottolineare (e qui tocca da vicino la mia realtà) è che alcune volte (troppo spesso) l’anestesista non viene nemmeno considerato, quasi non esistesse; mi ponevo quindi il medesimo quesito sulla figura dell’enologo, senza voler sottrarre importanza al lavoro di tutte le persone che stanno attorno ad una bottiglia di vino (nemmeno a madre natura, per carità!).
      Ti rigrazio per il tuo contributo, sempre bello ed interessante leggere le cose sotto più punti di vista.

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