05th Mar2012

New York, ricordi (part I)

by elenabardelli

Molti di voi (qualcuno… nessuno forse) si sarà domandato che fine abbia fatto. Ebbene non sono sparita, non mi ha inghiottito un buco nero e nemmeno sono stata rapita dagli alieni. Molto più semplicemente sono in una fase nella quale ho mille cose da affrontare; una corsa contro il tempo dentro una tabella di marcia.

In questi giorni sto cominciando ad abbandonare la modalità di criceto frenetico che corre nella sua ruota e mi rendo conto di avere una maledetta necessità di svagare testa e corpo. Presa da nostalgia mi ritorna in mente il viaggio a New York che vi proporrò a puntate.

Buon viaggio 🙂

Smith, Edwards, Thomas…. Ferrazzi… ma di cartelli Bardelli non se ne vedono. Sono le 2,30 pm al terminal 7 del JFK di New York, l’aereo è atterrato con più un’ora di ritardo.

La prima cosa che salta alla mente è che “l’omino con cartello” se ne sia andato oppure che non sia mai arrivato. Non dico che sia scattato il panico, ma sicuramente si avvertiva un senso di abbandono, di pesce fuori d’acqua che deve un po’ capire la situazione.

Alla decima vasca in lungo ed in largo del terminal il pesce in questione si stava trasformando in un nervoso barracuda ma, le idee geniali, prima o dopo arrivano: il desk per la prenotazione dei trasporti.

Si scopre così che bisognava avvisare una volta atterrati, cosa che secondo me non sapeva nemmeno l’agenzia di viaggio.

In pochi minuti ecco che arriva l’autista della navetta, un indiano piccoletto che carica le valigie con la grazia di un elefante.

A bordo! Pronta all’ebrezza della guida newyorchese ma non preparata alla “brezza” polare del condizionatore che, ovviamente, avevo puntato dritto addosso.

Con la stessa delicatezza pachidermica chiude le portiere e parte.

Credo che sedere a fianco di un rallysta dia sensazioni simili o poco ci manca, sicuramente a Gardaland giostre così divertenti non ce ne sono. Ed eccoci in pieno delle performance: slalom vari, tagli di strada, accelerate improvvise, inchiodate etc, il tutto tra un colpo di clacson (indubbiamente compulsivo) ed un colpo di tosse (se tenesse l’aria condizionata a livelli umani non l’avrebbe!).

Indenne, dopo quaranta minuti di rally urbano, finalmente a destinazione: l’ Hotel Fashion 26 152 west 26th street.

Fatto il check-in, consegnate le chiavi, chiamato l’ascensore.

La camera è al quindicesimo piano, abbastanza ampia, ben arredata, confortevole e dalla finestra ecco li che spunta l’ Empire State Building…

è così vicino.

Giù i bagagli, una rinfrescata e via, si comincia a scoprire un po’ la città.

L’ afa è davvero pesante, non si respira… speriamo non sia sempre così.

5th Av. Mentre cammino penso tra me che le mie preoccupazioni in merito all’ impatto di questa città erano infondate. Non amo la confusione, è una cosa che mi innervosisce e che mi fa venire voglia di fuga. Ma qui è diverso. Le persone, le auto.. sembrano tutte delle formiche che si muovono freneticamente, per la loro strada, fregandosene di tutto e di tutti. Questo senso di invisibilità nei confronti dell’ambiente e della gente mi mette a mio agio. Puoi essere chiunque e nessuno. Mi sembra di poter vedere tutto, essere uno spettatore invisibile proiettato all’ interno di un film. Si avverte un’ energia pulsante e continua.

Avvolta nei mie pensieri ovattati quasi non mi accorgo dell’ Empire State Building.

In coda all’ ascensore, a dirigere le operazioni di salita e discesa una ragazza nera che, per intrattenere un po’ la folla, comincia a porgergli delle domande. Che??? ma quanto si mangiano le parole? “ueaiufò”??? Per fortuna le mie sinapsi ancora attive mi hanno fatto capire che quella cosa mezza grugnita stava a significare “where are you from?” Vabbè, ci si farà l’orecchio.

Che bella vista da quassù, peccato che l’elevato tasso di umidità crei quella foschia che un po’ la rovina.

Lo sguardo si perde nell’ orizzonte e con lui anche la percezione del tempo.

Quasi un’ora, si può anche scendere da qui.

5th AV, c’è anche l’ Apple Store qui… vediamo un po’ com’è.

Le gambe vanno ormai da sole ma l’ obiettivo ancora non si vede. All’ ennesima vetrina di prestigiose griffe la mia speranza di trovarlo si stava spegnendo quando, finalmente, eccoli li. Il cubo di vetro con la mela appesa si trova a fianco di Central Park e di fronte all’ Hotel Plaza.

Sulla strada di ritorno verso l’hotel comincia a farsi sentire un po’ di stanchezza. Sicuramente non ce l’avrei fatta a tornare in camera, lavarmi, cambiarmi e uscire ancora per trovare qualche posto in cui cenare, sulla strada si troverà sicuramente un posto che ispiri.

Ricordo di aver visto un locale che sembrava carino al pian terreno dell’ Empire State. L’ Heartland Breawery (5th Av 34th St).

Direi che si possono aprire le danze ordinando un buffalo burger ed una birra. Con gioia leggo che sul menu non ci sono il soliti nomi che troverei anche al supermercato sotto casa, ci sono anche le “birre stagionali”. Ordino una Indiana Pale Ale che mi soddisfa. 5,9° saporita ma non fastidiosa, secca da l’idea che lasci la bocca “pulita”.

Buono anche il buffalo ma qualcosa va storto, al momento del conto pare che la carta di credito non ne voglia sapere di funzionare. Per fortuna si rimedia con i contanti che avevo a disposizione, ma la cosa mi lascia qualche pensiero e non poca arrabbiatura.

La strada verso l’hotel in quel momento mi sembrava pesantissima, non tanto per la stanchezza (anche se un poco cominciava a farsi sentire) ma per l’episodio appena successo.

Una volta in camera i pensieri vengono sopraffatti dalla stanchezza. Gli occhi si chiudono.

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