12th Mar2012

New York, ricordi (part VIII)

by elenabardelli


Ore 7,00 am, la prima sveglia viene spenta.

Ore 8,00 am e il secondo fastidioso suono che rompe il silenzio viene preso più in considerazione.

Senza affannarsi più del dovuto, rotolando giù dal letto verso la doccia. Il risveglio mentale mi fa rendere conto che quella è proprio un’ abbronzatura in vero stile camionista: il segno della maglietta è orribile! Regalo della giornata precedente trascorsa in mezzo all’ acqua.

Bene, si esce.

Passo dopo passo, street dopo street non sembra nemmeno di aver già percorso 6 km.

Ed eccola li che si che si vede, la Statua della Libertà. Oggi poi è una giornata soleggiata, il cielo terso e i contorni all’ orizzonte sono ben definiti.

La coda, sotto il sole cocente, al Battery Park per imbarcarsi sul traghetto che va ad Ellis Island è una cosa assurda; volendola fotografare non basterebbe un grandangolo. Sarà anche bella ma quella coda non la faccio.

Guardiamo un po’ cosa c’è qui intorno. E’ stato divertente vedere questa fontana, mi ricorda una identica a Gabicce Mare (Pu), con getti d’ acqua ad intermittenza, temporizzati. Bambini, come pure qualche adulto, giocarci in mezzo, aspettando l’ arrivo degli spruzzi freschi. Un parco acquatico improvvisato in città.

In lontananza si sente suonare una steel drum. Pazzesco come uno strumento che sembra un pentolone possa avere quel suono.

Di nuovo in strada.

World Trade Center è a pochi passi e la curiosità di vedere cosa succede dopo nove anni mi porta li.

Viabilità stradale ma soprattutto quella pedonale sono modificate, in alcuni punti per attraversare la strada bisogna avventurarsi in tunnel sopraelevati che non permettono di guardare cosa c’è all’esterno.

GrounZero. Un grande cantiere recintato ed oscurato lungo il perimetro da teli che mostrano com’era prima dell’attentato, i progetti e come sarà.

Ci sarà un’unica torre mentre le due fondamenta di quelle abbattute saranno delle fontane.

9/11 Memorial”, un museo, se così si può chiamare.

Un po’ combattuta sul da farsi, non mi attira molto l’idea di visitarlo, ma è anche vero che sono qui, tanto vale farci un salto.

L’ingresso è libero. Alcune cose sono interessanti ma mette tristezza il business costruito su un episodio decisamente poco piacevole.

Con passo decisamente meno spedito si torna indietro.

Le 4,30 pm?!?! Non ho ancora pranzato e non ho più fame…. però…. massì, non ho nemmeno fatto colazione, la faccio ora! Uno pseudo cappuccio (il solito beverone) e un dolce formato frisbee.

Finalmente in camera. Un po’ di meritato relax, senza abusarne, potrei tragicamente cadere in uno stato comatoso profondo.

Con i muscoli ancora caldi, via, in cammino. Ormai giro per strada quasi come una newyorkese, come se non avessi nulla intorno, nessuno davanti, con lo stesso modo di affrontare i semafori senza fermarsi (quando possibile) fregandomene un poco del rosso, per non perdere il ritmo.

Il Village. Culla frequenta da cantautori, musicisti, scrittori ed artisti in genere.

E’ ancora presto e fuori dai locali dove suonano musica dal vivo non c’è ancora nessuno.

Locali, ristoranti, edifici curati, tranquillità. Sei praticamente in centro ma è come essere su un’ isola felice dove non arrivano rumori tipici della città.

Mi piace questo quartiere. Mi piacerebbe tornarci di giorno per entrare in qualche negozio di strumenti musicali ma, temo, che non ci sarà tempo per farlo.

Questa gita serale non è stata fatta a caso, lo scopo principale è andare da Kestè.

271 Bleecker St. Per fortuna è aperto, comincio ad avere un po’ di appetito.

E’ un locale lungo e stretto, sembra un po’ un corridoio. Arriva il menu. A meno che non ci sia una carta vini (non credo, non ne ho viste girare) trovo che chiamare il locale “Kestè pizza & vino” sia stata una scelta un po’ azzardata data la presenza di quattro vini in croce.

Pizza scelta: salsiccia e friarielli. Mentre aspetto osservo un po’ l’ambiente. Nel farlo mi mi si aprono anche le orecchie, al tavolo dietro di me una compagnia che parla con quello che credo sia il proprietario del locale con un accento indubbiamente napoletano.

Ed ecco un piatto arrivare. Sì, è lei. L’aspetto è invitante, il profumo anche. Non resta che assaggiarla.

Me la sono gustata, niente male.

Sempre sulla Bleecker St. c’è la gelateria Grom. L’insegna dice “il gelato come una volta”. Peccato che proprio non mi ci sta più nulla nello stomaco, l’avrei assaggiato volentieri.

Sono le 11,00 pm e al Washingthon Square Park si respira un’aria rilassata.

C’è un po’ di tutto, famiglie con passeggini, il gruppetto di rapper, lo scrittore, la compagnia armata di chitarra e microfono, ragazzi con lo skateboard. C’è anche chi, nonostante l’ora, si fa tentare dalla fontana.

Il parco chiude a mezzanotte. La polizia comincia ad avvicinarsi e a transennare gli ingressi una decina di minuti prima. Con calma le persone iniziano ad andarsene.

Quest’ora passata in relax al fresco mi ha fatto bene. Prima di andare a nanna entro in una pharmacy per portarmi in stanza qualcosa da bere. Ancora una volta rimango sconcertata dalla quantità di bevande assurde che si trovano qui, per non parlare dei formati. Quelle taniche di pseudo succo d’arancia quasi mi fanno impressione.

Finalmente in camera, con la mia bottiglia. Buona notte.

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11th Mar2012

New York, ricordi (part VII)

by elenabardelli

Un suono continuo interferisce il mio sonno, cerco di non sentirlo ma lui ha la meglio…. è ora di alzarsi.

Il cielo è ancora grigio e si vede anche qualche ombrello.

Un’altra giornata con il meteo contro e la cosa non facilita il mio rientro nel mondo dei vivi.

Che fare? Cambiamoci e poi si vedrà.

Oltre ad essere coperto è anche afoso, tanto che si suda da fermi. La cosa migliore sarebbe muoversi sull’acqua. Circle Line quindi.

Ancora una volta per spostarsi uso le mie gambe invece dei mezzi.

Forse, girarsi Manhattan in lungo e in largo a piedi, può sembrare una cosa da pazzi ma spostarsi con i mezzi non ti fa apprezzare molte cose.

L’idea comune porta a pensare che New York sia tutta un grattacielo più o meno famoso, belle vetrine, grandi strade e gente che passeggia sui marciapiedi.

Basta spostarsi di qualche strada per accorgersi di una periferia fatta di costruzioni più o meno bruttine, cantieri aperti, gente che lavora, muratori, elettricisti, imbianchini.

Ci si sente più tranquilli qui che in centro a Milano. Tutti si fanno gli affari loro, nessuno ti disturba. Solo qualcuno ti guarda un po’ stranito, come se pensasse a cosa ci faccia una turista da quelle parti. Ma poco dopo l’attenzione ritorna sul proprio lavoro.

Ecco l’imbarco del Circle Line, la partenza è alle 12,30 pm e il giro completo dell’isola dura tre ore.

A bordo sul ponte esterno. Un timido sole cerca di farsi strada tra le nuvole. Qualche raggio si riflette sull’ acqua e scalda la pelle rinfrescata da una piacevole brezza. Mi voglio proprio rilassare.

Il tempo non è dei migliori e dall’acqua il più delle volte sale un odore poco gradevole.

Mi godo l’aria fresca ed il panorama, l’unica cosa fastidiosa come una mosca il signore microfonato che fa la cronistoria dell’isola. L’ho soprannominato “J&B”, sembrava un ubriaco ed è stato difficile trattenersi dalla voglia di buttarlo in acqua quando, per la quinta volta consecutiva, ha detto che la statua della libertà, con la sua torcia, illumina l’Universo!

Il giro è terminato, si sbarca e, come comitato d’accoglienza, la pioggia.

Un vero e proprio temporale e non l’acquetta ridicola di ieri. Questa volta sono attrezzata con ombrello ma non è servito a molto: fradicia dalla testa ai piedi!

Stanca di nuotare faccio una piccola sosta in uno degli Starbucks sulla 5th Av. Stranamente, l’aria condizionata rigorosamente a temperatura polare, non mi ha fatto prendere una broncopolmonite.

Finalmente ha smesso di piovere.

Destinazione Hotel per una doccia rigenerante e abiti asciutti.

Otto pizzeria – enoteca non è molto distante, è al numero 1 della 5th Av. Scelto per la cena.

L’ambiente è troppo rumoroso per i miei gusti.

Facciamoci del male con una pizza. Ordino una “margherita D.O.P.”: pomodoro, mozzarella di bufala, basilico.

La carta dei vini è decisamente più varia, ovviamente non l’ho letta tutta.

Decido per un aglianico Concarosso 2007 dei Poderi Foglia.

Arriva la pizza. Un disco di cartone, piatto ed uniforme, affogato da pomodoro, con quattro foglie di basilico e cinque macchie bianche dai contorni definiti (bufala?!?).

Obiettivamente sono riuscita a mangiarne di peggiori in Italia ma questa rimane comunque da suicidio, la morte dell’idea di pizza.

Mi consolo con il vino.

Mi sento di sconsigliarlo per la pizza, sicuramente sconsiglio la “margherita D.O.P.”, le altre che vedevo passare avevano un aspetto meno sconcertante ma non ho avuto modo di provarle. Altra nota negativa la celerità con cui ti tolgono il piatto da sotto il naso; insomma, sono a cena fuori, non in mensa e non devo “timbrare il cartellino”.

La strada di ritorno verso l’Hotel non è pesata, anche se la voglia di mettermi comoda è tanta.

Le luci si spengono, domani sveglia alle 7,00 am.

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10th Mar2012

New York, ricordi (part VI)

by elenabardelli

E’ Ferragosto ed è domenica.

L’idea della domenica amplifica, se possibile, quel clima di ferie.

Con calma mi alzo, guardo fuori dalla finestra e anche questa volta le previsioni della sera precedente trovate sul letto ci avevano azzeccato: un po’ nuvoloso.

Con uno scambio di SMS scopro che in Italia, o almeno in Varese e provincia, sta piovendo. Da loro sono le 3,00 del pomeriggio ed io, invece, sto andando a fare colazione.

Sono quasi le 10,00 am ed il Museum Of Sex qui vicino apre a quell’ora e ci vado. Dopo aver visto quello di Parigi (sette piani!) ero pronta a tutto.

Qui sono decisamente più contenuti ed essenziali. Tre piani ma soprattutto una quantità nettamente minore di oggettistica esposta.

La cosa che mi ha dato più soddisfazione oggi è stata mettere tra le braccia di Bill Gates il mio iPad acceso e farmi fotografare con lui.

No, purtroppo non era il vero Bill ma la sua statua di cera esposta al museo di Madame Tussaud. Non amo il genere ma per curiosità ci sono andata.

Fuori dal museo ritorno da Petrossian per un pasto veloce.

Il pranzo viene condito da un po’ di nervosismo che mi faccio passare, sono in ferie, non è il caso che me le rovini.

Controllo la posta elettronica e la time line di Twitter. Internet può essere davvero sensazionale, nonostante la lontananza e il fusorario le persone sembrano vicine. Anche ricevere degli SMS inaspettati che mi augurano un buon ferragosto hanno contribuito a mettermi il sorriso. Esco dal café. Ad accogliermi fuori dalla porta la pioggia, di quelle noiose, sottili gocce mosse dal vento.

Ovviamente non ho l’ombrello.

Pomeriggio di pioggia, non resta che andare per negozi.

Macy’s è al 151 west della 34th St., non molto lontano da qui.

Per chi ama lo shopping potrebbe essere un paradiso, per me no. Non amo fare compere, sono il genere di persona che si muove al bisogno o comunque vedo, mi piace, lo compro.

Se non ho necessità non mi viene nemmeno in mente di andare per negozi, figuriamoci se il negozio in questione è gigantesco.

Talmente tanta merce esposta che vado in crisi. Una voglia di fuga mi assale e fa finire il giro in questo enorme store.

La pioggia è ancora li, più intensa, più forte. Come unico riparo il sacchetto di Macy’s.

La strada non mi era mai sembrata così lunga, anche le braccia ormai le sento troppo pesanti, inutile tenerle in alto per cercare di ripararsi, mi sto inzuppando comunque. E’ bastato non pensarci ed immergermi in un’altra dimensione, il pensiero viaggia altrove. All’improvviso, tanto sottile quanto fitta, stava quasi diventando piacevole ma era grande il desiderio di una doccia calda e vestiti asciutti.

Dopo tutta quella strada a metà tra la camminata e la nuotata la voglia di uscire era pari allo zero. Quasi di fronte all’Hotel c’è un risto-grill messicano, il Chiplote. Poteva essere un’idea prendere qualcosa da portare in camera.

Tre tacos con pollo grigliato, cubetti di pomodoro e cipolla rossa e salsa di avocado. Non proprio economici forse per quel che erano ma buoni.

La stanchezza si fa sentire. Appena raggiunto il letto il crollo nel mondo dei sogni.

09th Mar2012

New York, ricordi (part V)

by elenabardelli

Mi chiedo a che ora passino a mettere la copia del New York Times sotto la porta, mi sono alzata alle 5,00 am ed era già li che spuntava… Torno a letto ancora un po’.

Le 8,00 am ed il cielo è limpido. Le previsioni trovate ieri sul letto ci avevano azzeccato.

Lavata, vestita e pronta per una nuova giornata. Ovviamente non può partire senza colazione.

Oggi oltre al rituale beverone mi faccio uno yogurt. No, non è un vasetto normale, sarebbe troppo semplice. E’ uno yogurt alla fragola con miele, muesli, uva, mirtilli e fragole. Credo che minimo pesi 3 hg però è molto buono.

Sulla Av Of Americans quattro camion dei vigili del fuoco, una cosa abbastanza normale qui. 

All’altezza dei numeri 1880 una fila di vetrine “WE BUY” e “WE BUY DIAMOND” ed improvvisamente mi sembra di essere ripiombata in città da noi, dove lo spuntare come funghi dei negozi “COMPRO ORO” mi mette una grande tristezza.

E’ sabato, sono già passate le 10,00 am e si gode di un’insolita calma. Sui marciapiedi soprattutto turisti, lo si capisce anche solo dal modo in cui camminano, diverso da quello dei newyorchesi che hanno un passo spedito , auricolari e cellulare in mano e che non badano dove vanno e a chi o cosa sta di fronte a loro; come dei treni sul loro binario, imperturbabili.

Anche i clacson, surreale, un suono ogni ¾ d’ ora.

Verso le 11,00 am la città sembra più sveglia, traffico compreso.

Camminando verso la West Coast sono immersa nei pensieri, così tanto che non so nemmeno a cosa sto pensando di preciso. In questo momento potrei essere ovunque, a New York, a Gallarate, al Polo Sud. Non vedo nemmeno quello che ho intorno e non mi accorgo che la 12th Av è praticamente li di fronte.

Certo che ne sto macinando di chilometri.

Dalla gita ad Ovest ho capito che se sei a Manhattan e devi acquistare un’automobile ti devi spostare verso la 11th e la 12th Av, tra la 57th e la 53th St, strada più strada meno. I concessionari sono tutti li.

E’ la 1,30 pm; un orario quasi normale per pranzare.

Al 601 west sulla 57th St, tra la 11th e la 12th Av, c’ è l’Hudson Eatery che mi ispira. Gli interni sono curati, ordinati, tra tavoli rotondi e poltrone circolari all’interno della sala e tavoli rettangolari che danno sulla vetrata. Ora non resta che guardare il menu, ordinare e sperare che sia curata anche la qualità del cibo.

Tanto per cambiare mi faccio un burger, un Hudson Burger, per la precisione. Smoked gouda, bacon, crispy onion, aioli, brioche roll. Da bere una Hoegaarden che, nel dubbio, mi portano da assaggiare. Buona, la ordino.

Arriva il piatto ma non mi sembra quello che ho ordinato, questo è un sandwich con del pollo, bacon, avocado etc. Prima di azzannarlo chiedo conferma ad un altro cameriere se questo fosse realmente l’ Hudson Burger ordinato e lui lo conferma. Boh… per me non lo è…però se lo dice lui che li vede tutti i giorni bisognerà credergli.

Sempre scettica gli stampo un bel morso. Ottimo direi, però ora sono convinta che questo non è il tanto sognato hamburger.

Finalmente ecco a portata di mano il cameriere che ha preso l’ordinazione; un asiatico piccoletto che sembra essere uscito da un fumetto, un po’ storto quando cammina ma dall’aspetto simpatico e cortese.

Exuse me sir, is this the Hudson Burger? Are you sure?”. Con un sobbalzo e le mani dove un tempo c’erano i capelli “oh my God!!! I’m sorry!!!”. A, ecco, si erano sbagliati loro.

Poco dopo arriva il piatto giusto e subito mi domando come poter affrontare quel condominio di hamburger.

Il primo morso conferma le aspettative, uno spettacolo, sicuramente il più buono mangiato sinora. Ci tornerò.

Per smaltire il pranzetto proseguo la camminata sulla west coast.

Senza saperlo mi ritrovo davanti alla portaerei diventata museo “The Intrepid”, una delle tante segnalazioni del twittamico Gianni Lovato aka @gianpadano. Ci faccio un giro rapido e dal ponte della nave vedo che li vicino c’ è un’ altra cosa consigliatami da Gianni: “The Circle”, il giro in battello dell’ isola di Manhattan. Wow! Oggi sarebbe la giornata ideale. Di corsa verso la biglietteria ma, una volta li la brutta notizia che l’ultimo imbarco per il giro completo dell’ isola, che dura tre ore, è alle 4,30 pm. Mannaggia! Mancato per poco. Pazienza, rimandato a lunedì o a un altro giorno. Segnato. 12th Av tra la 42th e la 43th St.

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08th Mar2012

New York, ricordi (part IV)

by elenabardelli

Cielo ancora grigio e vento pungente.

Ancora una volta sulla 5th Av. Colazione sempre al Café 28, mi piace ed è sulla strada.

Oggi penso di andare al Museum of sex (visto quello di Parigi non posso perdermi quello di NYC), Apple Store, Central park. Bo, l’idea è quella, poi si vedrà. Ora vado ad ustionarmi con il mio beverone mattutino e mi faccio un dolce.

Questo “dolcione-briochone” mi ha stesa! Hai voglia a scarpinare per smaltirlo!

Mi metto in cammino, il cielo si è aperto e si prospetta una giornata calda.

Sono davanti a Tiffany & Co., un giro bisogna farselo. Tutto quello sbrilluccicare di diamanti quasi mi rimbambisce, però mi sento tanto Audrey… solo un po’ meno bella e vestita decisamente troppo “easy” ma “so di avere più sex appeal sulla punta del mio naso che molte donne nel loro intero corpo, non si vede da lontano ma c’è” (cit.). Un giro rapido e toccata e fuga all’ Apple Store per un’informazione.

Subito fuori inizia Central Park. 50$ e si sale a bordo della carrozza. Fa tanto turista ma è una cosa simpatica.

Appena entrati quasi ti dimentichi di essere a NYC, verde e piante che ormai avevo quasi dimenticato ed un insolito silenzio. Basta alzare lo sguardo per ricordarsi dove si è, dal verde spuntano i grattacieli.

Finito il giro in carrozza inizia il giro del parco a piedi.

Come promesso, il sole ha fatto la sua comparsa e la temperatura si è notevolmente alzata. Una breve sosta su una panchina all’ombra è l’ideale. Ed ecco un altro scoiattolo. Questo, senza farsi tanti problemi, mi si avvicina portandomi via di mano una foglia.

Gira e gira ecco la Madison Av e la conseguente brillante idea di andare da

Shake Shack del Madison Square Park.

Dicono sia l’ hamburger più buono di New York, c’ è sempre la coda al chiosco” (Cit.) con questa affermazione direi che la curiosità di provarlo è più che lecita.

Il traguardo è sempre più vicino, la fame da lupo si fa sentire. Una volta sul posto la coda (alle 3,30 pm!) è sconvolgente. Decisamente no, in coda minimo ¾ d’ ora non ci sto, non mi pare il caso. Sconsolata prendo la prima uscita dal parco che trovo.

Camminando ancora un po’ entro al Gramercy Grill. Il posto è parecchio bruttino, ma per 6$ il cheesburgher era buono.

Ora mi alzo, oggi non ho una gran voglia di girare, sono un po’ stanca (e voglio un bagno!!!).

Un percorso decisamente alternativo, la 1th Av… bah…

Finalmente uno Starbucks, approfitto dei servizi e della connessione WiFi.

Tornando bisogna passare dalla Grand Central, voglio tornare all’ Oyster Bar per risollevare lo spirito dalle fatiche della giornata. Questa volta, però, mi limito ad un bicchiere di Muller Thurgau, niente ostriche.

Sulla via del rientro entro in qualche negozio, semplice curiosità.

Finalmente in Hotel! Non ce la facevo più a camminare. Ascensore e su al quindicesimo piano…. Ma che freddo fa nei corridoi? A NYC sono pazzi con l’aria condizionata, credo che prima o poi incontrerò qualcuno surgelato.

Pronta per la cena! Si torna all’Hill Country.

Evvai! Pork spare ribs! Costine di maiale formato Flinstones… morbide, succulente, un po’ speziate… il paradiso per una carnivora come me. Qui funziona che vai tu al banco ad ordinare, la carne ti viene impacchettata in una carta spessa, marrone, di quelle “anti unto” (chiamiamola così); un passo in la e si arriva al “reparto” contorni, ho preso un’ insalata di mais con cipolla rossa e peperoni jalapenos (alla faccia della gastrite) il tutto accompagnato con una banalissima Budweiser.

Al piano inferiore stanno suonando musica dal vivo. Fregandomene del bon ton uso le mani e finalmente mi azzanno la prima pork ribs.

Passeggiata serale. Non so con quali forze eccomi arrivata a Time Square. Un concentrato di inquinamento luminoso delle insegne, la festa del trash e del tamarro… e poi sono troppo stanca.

Ragazze minigonnate con tacchi vertiginosi in gruppi di amiche o in coppia popolano le strade spostandosi a piedi per raggiungere i locali. Si vede che non sono turiste e soprattutto che non sono abituate a portare i tacchi, camminano con una strana andatura, con il portamento di chi sta in bilico sulle uova, con la femminilità di un bambino che se l’è appena fatta nel pannolino.

Le mie gambe, per forza di inerzia, mi fanno raggiungere l’albergo; con la zona lombare che mi tira i peggiori accidenti: ma chi l’ha detto che le scarpe basse sono comode?

E’ da poco passata la mezzanotte.

Finalmente comoda mi faccio rapire da Morfeo.

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07th Mar2012

New York, ricordi (part III)

by elenabardelli

Le quattordici ore di camminata quasi ininterrotta del giorno precedente mi

hanno fatto snobbare il suono della sveglia.

Decido che è giunta l’ora di alzarsi… le 9,00 am… tardi!!!

Guardo fuori. Il cielo sopra NY è grigio, l’asfalto bagnato.

Ero così cotta che nemmeno mi sono accorta che è piovuto durante la notte.

Mi do “un tono” e via, gambe in spalla! Direzione Little Italy e China Town (ma non si era detto che oggi si camminava meno?!?).

Bello vedere come tutto cambia facendo quattro (si fa per dire!) passi; le abitazioni, le strade più piccole, anche le auto quasi di taglia decente, meno turisti. Non cambiano le persone, magari vestite in maniera più modesta, ma danno sempre quell’ impressione di essere caricati a molla, con lo sguardo rivolto verso un punto ignoto dell’ infinito.

Quando però chiedo un informazione ad un indigeno mi accorgo che la disponibilità è diversa, decisamente più cortesi delle persone incontrate fino a quel momento.

All’alba delle 11,00 am una sosta per fare colazione (beh, è tardino ma in ferie si può fare) e mentre mi bevo il caffè beverone (che è bollente ma subisce una precipitazione improvvisa della temperatura) ne approfitto per riposare e aggiornare i miei appunti.

Bene, finito, si riprende a scarpinare.

Qualcosa mi dice che sono arrivata a China Town…

La confusione si intensifica, il traffico disordinato viene gestito da vigili.

Nell’aria si percepisce un odore di cibo penetrante. Un odore di grigliato si mischia a quello acre e speziato, uno di quegli odori persistenti che ti si stampano addosso e difficilmente te ne liberi.

Mi colpisce una vetrina con anatre, polli e calamari arrostiti appesi, ancora grondanti del loro grasso. Decisamente non mi ispira, mi fa quasi ribrezzo.

Per curiosità scendo in metropolitana. I soffitti bassi, il caldo, l’aria irrespirabile mi hanno fatto tornare subito all’aria aperta.

Qualche passo e mi accorgo che, sui marciapiedi, persone appoggiate ai muri o fuori dai negozi dicono qualcosa. Drizzo le orecchie e capisco che vogliono venderti degli orologi Rolex e borse firmate contraffatti.

Qualche isolato in la e chiaramente eccomi arrivata a Little Italy.

Dopo una prima impressione surrealistica capisco che la “musica” è la medesima di China Town, solo sembra di essere a Pigalle – Parigi, dove fuori dai locali , quasi ti prendono di peso per convincerti ad entrare nei locali. Qui uguale, cambia solo che al posto di uno spettacolo di strip tese cercano di rifilarti una pizza, un piatto di pasta, un cannolo. La cosa che più mi ha traumatizzata è stata essere a circa 6000 km da casa e subirmi Gigi D’Alessio a tutto volume, una cosa che non si può certo dimenticare!

Dietro front! Si torna alla base per rilassarsi un po’.

Nel frattempo è iniziato a piovere.

Con la voglia di uscire degna di una spora in condizioni ambientali avverse mi trascino all’Hill Country (30 west 26th St), il posto più vicino all’Hotel.

Mi sento una vera interdetta grazie anche al fatto che con la musica così alta capisco meno ancora di quel che avrei capito normalmente.

Nonostante tutto sono riuscita ad ordinare, mangiare e pagare il conto.

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06th Mar2012

New York, Ricordi (part II)

by elenabardelli

Dopo la sveglia di buon mattino il pensiero torna subito all’episodio della sera precedente. Sarà la prima cosa che verrà verificata una volta fuori.

Ora che tutto è tornato a funzionare e lo stomaco non è più contratto una colazione ci sta. Sono proprio curiosa e quasi non vedo l’ora di immergermi in questa nuova realtà.

Il Café 28 al 245 della 5th Av mi attira. Entro ed eccomi proiettata in un nuovo mondo fino ad ora sconosciuto: beveroni che viaggiano, vassoi debordanti, persone che per colazione mangiano pollo o addirittura cibo cinese. Insomma, una varietà così ampia che quasi mi sembra di essere nel paese dei balocchi.

Con il mio “caffè” fumante formato secchio tra le mani mi imbatto in una vetrina di dolci che mi spiegano perché obesità e sovrappeso siano così diffusi da queste parti.

Mentre faccio colazione osservando cosa succede al piano inferiore mi viene confermata ancora una volta che gli italiani si fanno riconoscere sempre e ovunque. Questa volta si tratta di una coppia pittoresca che non si limita a farsi riconoscere per i modi di fare non proprio eleganti. Loro no. Oltre a quello arrivano a pagare la connessione ad Internet per collegarsi a Facebook! Bah….

Passeggiando faccio un’ altra scoperta: il Rockefeller Center. Avventurandomi nella piazzetta mi imbatto in una cosa che non avrei mai pensato di vedere. Si tratta del Lego Store. Se ci fossi entrata da bambina sarei andata in estasi totale. Una grossa colonna centrale che arriva al soffitto, con cassetti rotondi come oblò colmi di mattoncini dai colori sgargianti, vere e proprie sculture enormi, alle pareti grandi quadri come mosaici; il tutto rigorosamente composto da Lego.

Dopo questo tuffo nei ricordi di infanzia la giornata alla scoperta di nuovi orizzonti può proseguire.

A New York le porte pesano uno sproposito e nove volte su dieci per entrare bisogna tirare (così quando esci da un negozio hai una buona possibilità di stendere con una sportellata il passante malcapitato di turno). Sempre per lo stesso motivo le porte girevoli vanno affrontate a spallate.

Dopo avere visitato il Moma e avere rischiato l’ assideramento sfoglio il mio quaderno dove ho riportato i suggerimenti degli amici sfruttando quelli gentilmente concessi da Massimo.

Seduta al Petrossian Caffè (911 7th Av tra la 57th e la 58th St.)

ordino la baguette al salmone che oltre ad essere un pranzo alternativo si rivela anche soddisfacente.

Time Square è un vero casino! Insegne luminose ovunque… anche quella del NYPD è luminosa!

Troppo caotica disordinata, non mi piace molto.

Off!! Comincio ad avere le gambe come due salame da sugo… ho una gran voglia di sedermi ma, a quanto pare, le panchine scarseggiano in questa città.

Procedo così per la mia strada e, poco dopo, eccomi arrivata alla prossima destinazione, la Grand Central Station!

Wow… è proprio bella! O, almeno, a me piace.

In merito si discute sui film in cui compare. Escono titoli di film come “Carlito’s way” e “intrigo internazionale” ma il magico mondo di internet mi fa scoprire che è stata riprese in molte pellicole. Insomma, una star del cinema.

Questa tappa non è stata fatta proprio “a caso”, mi interessava visitarla ma

ancor di più il mio interesse era rivolto all’ Oyster Bar e Ristorante che si trova al piano seminterrato della stazione.

Non mi faccio certo mancare un buon aperitivo: un bicchiere di Gewurztraminer Valkemburg 2008 ed un piatto di ostriche.

Ne valeva la pena, gioia per il corpo e per lo spirito.

Con l’animo risollevato e le gambe riposate faccio un giro della stazione prima di uscirne.

Marmi, grossi lampadari, soffitti alti… mi perdo ad osservare con piacere questa struttura ma, ad un certo punto, cala su di me una sensazione di sgomento. Non potevo credere ai miei occhi vedendo che in una città così evoluta ci sia la figura professionale dello sciuscià. Trovo veramente triste che questi mezzi uomini d’affari, con i loro abiti eleganti e il blackberry in mano si mettano su quel trono e si facciano lucidare le scarpe.

In strada, direzione Rockefeller Center per salire al “Top Of The Rock”. Mentre cammino penso alla foto che mi sono fatta fare con il modello dal fisico super scolpito. Non è da me ma, probabilmente sono entrata nell’idea delle ferie, rilassata, fregandomene un po’ di tutto e tutti.

Sono le 8,25 pm; in coda per prendere l’ascensore che mi faccia scendere dal “Top Of The Rock”, la terrazza panoramica del Rockefeller Center.

La vista da qui mi è piaciuta molto di più di quella offerta dall’ Empire State Building. Anche le condizioni meteo erano migliori e l’ orario ottimale: l’ imbrunire mi ha dato la possibilità di godere delle mille luci della città.

Finalmente in ascensore, dal tetto panoramico. Ora ancora uno sforzo per arrivare in Hotel, doccia e ancora via… verso nuovi orizzonti: la cena!

STAY TUNED!!!

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05th Mar2012

New York, ricordi (part I)

by elenabardelli

Molti di voi (qualcuno… nessuno forse) si sarà domandato che fine abbia fatto. Ebbene non sono sparita, non mi ha inghiottito un buco nero e nemmeno sono stata rapita dagli alieni. Molto più semplicemente sono in una fase nella quale ho mille cose da affrontare; una corsa contro il tempo dentro una tabella di marcia.

In questi giorni sto cominciando ad abbandonare la modalità di criceto frenetico che corre nella sua ruota e mi rendo conto di avere una maledetta necessità di svagare testa e corpo. Presa da nostalgia mi ritorna in mente il viaggio a New York che vi proporrò a puntate.

Buon viaggio 🙂

Smith, Edwards, Thomas…. Ferrazzi… ma di cartelli Bardelli non se ne vedono. Sono le 2,30 pm al terminal 7 del JFK di New York, l’aereo è atterrato con più un’ora di ritardo.

La prima cosa che salta alla mente è che “l’omino con cartello” se ne sia andato oppure che non sia mai arrivato. Non dico che sia scattato il panico, ma sicuramente si avvertiva un senso di abbandono, di pesce fuori d’acqua che deve un po’ capire la situazione.

Alla decima vasca in lungo ed in largo del terminal il pesce in questione si stava trasformando in un nervoso barracuda ma, le idee geniali, prima o dopo arrivano: il desk per la prenotazione dei trasporti.

Si scopre così che bisognava avvisare una volta atterrati, cosa che secondo me non sapeva nemmeno l’agenzia di viaggio.

In pochi minuti ecco che arriva l’autista della navetta, un indiano piccoletto che carica le valigie con la grazia di un elefante.

A bordo! Pronta all’ebrezza della guida newyorchese ma non preparata alla “brezza” polare del condizionatore che, ovviamente, avevo puntato dritto addosso.

Con la stessa delicatezza pachidermica chiude le portiere e parte.

Credo che sedere a fianco di un rallysta dia sensazioni simili o poco ci manca, sicuramente a Gardaland giostre così divertenti non ce ne sono. Ed eccoci in pieno delle performance: slalom vari, tagli di strada, accelerate improvvise, inchiodate etc, il tutto tra un colpo di clacson (indubbiamente compulsivo) ed un colpo di tosse (se tenesse l’aria condizionata a livelli umani non l’avrebbe!).

Indenne, dopo quaranta minuti di rally urbano, finalmente a destinazione: l’ Hotel Fashion 26 152 west 26th street.

Fatto il check-in, consegnate le chiavi, chiamato l’ascensore.

La camera è al quindicesimo piano, abbastanza ampia, ben arredata, confortevole e dalla finestra ecco li che spunta l’ Empire State Building…

è così vicino.

Giù i bagagli, una rinfrescata e via, si comincia a scoprire un po’ la città.

L’ afa è davvero pesante, non si respira… speriamo non sia sempre così.

5th Av. Mentre cammino penso tra me che le mie preoccupazioni in merito all’ impatto di questa città erano infondate. Non amo la confusione, è una cosa che mi innervosisce e che mi fa venire voglia di fuga. Ma qui è diverso. Le persone, le auto.. sembrano tutte delle formiche che si muovono freneticamente, per la loro strada, fregandosene di tutto e di tutti. Questo senso di invisibilità nei confronti dell’ambiente e della gente mi mette a mio agio. Puoi essere chiunque e nessuno. Mi sembra di poter vedere tutto, essere uno spettatore invisibile proiettato all’ interno di un film. Si avverte un’ energia pulsante e continua.

Avvolta nei mie pensieri ovattati quasi non mi accorgo dell’ Empire State Building.

In coda all’ ascensore, a dirigere le operazioni di salita e discesa una ragazza nera che, per intrattenere un po’ la folla, comincia a porgergli delle domande. Che??? ma quanto si mangiano le parole? “ueaiufò”??? Per fortuna le mie sinapsi ancora attive mi hanno fatto capire che quella cosa mezza grugnita stava a significare “where are you from?” Vabbè, ci si farà l’orecchio.

Che bella vista da quassù, peccato che l’elevato tasso di umidità crei quella foschia che un po’ la rovina.

Lo sguardo si perde nell’ orizzonte e con lui anche la percezione del tempo.

Quasi un’ora, si può anche scendere da qui.

5th AV, c’è anche l’ Apple Store qui… vediamo un po’ com’è.

Le gambe vanno ormai da sole ma l’ obiettivo ancora non si vede. All’ ennesima vetrina di prestigiose griffe la mia speranza di trovarlo si stava spegnendo quando, finalmente, eccoli li. Il cubo di vetro con la mela appesa si trova a fianco di Central Park e di fronte all’ Hotel Plaza.

Sulla strada di ritorno verso l’hotel comincia a farsi sentire un po’ di stanchezza. Sicuramente non ce l’avrei fatta a tornare in camera, lavarmi, cambiarmi e uscire ancora per trovare qualche posto in cui cenare, sulla strada si troverà sicuramente un posto che ispiri.

Ricordo di aver visto un locale che sembrava carino al pian terreno dell’ Empire State. L’ Heartland Breawery (5th Av 34th St).

Direi che si possono aprire le danze ordinando un buffalo burger ed una birra. Con gioia leggo che sul menu non ci sono il soliti nomi che troverei anche al supermercato sotto casa, ci sono anche le “birre stagionali”. Ordino una Indiana Pale Ale che mi soddisfa. 5,9° saporita ma non fastidiosa, secca da l’idea che lasci la bocca “pulita”.

Buono anche il buffalo ma qualcosa va storto, al momento del conto pare che la carta di credito non ne voglia sapere di funzionare. Per fortuna si rimedia con i contanti che avevo a disposizione, ma la cosa mi lascia qualche pensiero e non poca arrabbiatura.

La strada verso l’hotel in quel momento mi sembrava pesantissima, non tanto per la stanchezza (anche se un poco cominciava a farsi sentire) ma per l’episodio appena successo.

Una volta in camera i pensieri vengono sopraffatti dalla stanchezza. Gli occhi si chiudono.

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