20th feb2015

Tu chiamale se vuoi, EMOZIONI. (protagonista: che importanza ha?)

by elenabardelli

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[Tu chiamale se vuoi, EMOZIONI. (protagonista: che importanza ha?)]

 

 

Immagino cosa state pensando: questa si prende “l’anno sabbatico” e adesso se ne esce con sta cosa della quale nemmeno ci svela l’identità… (o forse non starete pensando a nulla e, onestamente, non ha importanza).

Già che sei stata in silenzio, fai almeno un rientro trionfante, parlaci di un Krugg, di una Cuvèe Louise, di una qualsiasi ETICHETTONA che spacchi, che faccia il botto.. insomma, un rientro trionfante santo cielo! Ed invece no, stai qui a menarcela con quella che, ai nostri occhi, sembrerebbe  una birra (e che diavolo di bicchiere hai usato lo sa solo Dio!).

Eh sì! Vi parlo solo di una “birretta”, non vi dico nemmeno che birra è e non ci spenderò parole per descriverla.

E allora, che ve ne parlo a fare? Lo faccio perché concentrarsi sull’involucro, come punto iniziale per stabilire se vale la pena approfondirne il contenuto, non mi interessa.

Io voglio guardare la sostanza e quello che è in grado di darmi.

Non c’è bisogno di dimostrare di essere il primo della classe per prendere un posto nel cuore, non ci sono competizioni di “celolunghismo” per apparire i migliori e tantomeno per ESSERLO.

Si può emozionare anche con quello che, in apparenza, è “poco”; suscitando ricordi, emozioni, toccando interruttori dell’anima.

Aprite il vostro cuore alle emozioni, quelle piccole grandi emozioni. Se  non vi toccano, secondo me, vi perdete tanto.

Prendetevi per mano ed emozionatevi, anche per certe piccole (grandi) cose.

 

11th mar2014

Vino in brick: la moderna frontiera dell’alcolismo?

by elenabardelli
(immagine rubata dal web)

(immagine rubata dal web)

 

Una bottiglia di whisky, avvolta nel sacchetto di carta; luci e rumori sordi della città visti da un marciapiedi o dal sedile di un pullman, tutti fantasmi e la sola compagnia è lei, li nascosta.

Da immagini dal sapore Hollywoodiano passo a quelle poetico-etil-intellettuali: al tavolo con che ne so, un Bukowski, Hemingway… Poe ad ammazzarsi di cirrosi e viaggi mentali. Ma anche in questo caso nulla da fare, situazione comunque improbabile.

Ed ecco che mi vien da pensare a qualcosa di più “razionale”. Considerando il fatto che una persona non se ne gira con una damigiana dalla quale tracannare mi viene in mente qualcosa adatta allo scopo, ma con discrezione: la vodka. È trasparente, cristallina, praticamente inodore e facilmente camuffabile in una bottiglia di acqua. Insomma, questa mi sembra una buona soluzione per chi non vuole dare così palesemente nell’occhio ma da qualche giorno mi si sono aperte nuove “prospettive”, cose che non avevo valutato.

In coda al supermercato (sempre la mia cassiera nostalgica di giochi senza frontiere, che passa codici a barre come se non ci fosse un domani), osservo chi mi sta davanti: uomo bianco (oddio… rubicondo assai a dire il vero) di età non proprio definibile e la sua spesa: un mezzo carrello di vino cartonato. A giudicare dalla fragranza che emette o ci si mette in ammollo in vasca da bagno o se lo beve. Qualcosa mi fa propendere per la seconda opzione.

Quasi delusa (si fa per dire) del mio immaginario messo in discussione, mi dirigo verso l’auto. Nel parcheggio del supermercato ho praticamente la conferma. Non il rubicondo dalla sottile fragranza, non era lui, ma un gruppetto di tre individui che, in piedi, discutendo di massimi sistemi, isteresi in macroeconomia e del fatto che non ci sono più le mezze stagioni; si palleggiavano il cartonato liquido.

Con un senso di disagio e la voglia di saltare velocemente sull’auto mi son posta nuovi parametri:

  1. la vodka, pure la più schifezza mi sa che costa troppo
  2. la discrezione non è un elemento fondamentale
  3. il risultato non cambia, indipendentemente dai mezzi

In buona sostanza: che brutto, a prescindere.

 

 

 

 

13th gen2014

Quel bicchiere oscuro

by elenabardelli

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E’ passato tanto tempo e con lui un susseguirsi di incontri che si potrebbero definire inutili.

Persone come fantasmi, di quelle che nemmeno ti lasciano il vuoto (almeno quella sarebbe una sensazione) ma il nulla assoluto portandoti a pensare quanto valga ancora la pena rapportarsi con chi non ha niente da offrirti.

Indistintamente, non importa l’estrazione sociale, la cultura, i gusti, l’essere uomo o donna, di spirito spumeggiante o cheto come il mare fermo; il risultato è il medesimo: una lunga linea piatta con conseguente noioso disinteresse ed un briciolo di tristezza per questa stasi.

Però, è mai possibile che la “colpa” sia solo ed esclusivamente di queste anime che paiono come meteore? Mah, il dubbio c’è. E’ anche possibile che sia io ad esser diventata troppo selettiva, insofferente ed impermeabile nei confronti del prossimo. Forse è il caso di darmi una ridimensionata, aprire la mente, smussarla un po’ e accogliere le emozioni che arrivano, per deboli che siano danno sempre qualcosa.

13th nov2013

Prunotto – Barolo Riserva 1979

by elenabardelli

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13 Novembre 2013.

Il vacillare dell’entusiasmo ha fatto sì che prendessi in mano questo argomento dopo circa due settimane.

Sono stanca. Delle persone, delle cose, del credere in qualcosa o, peggio, in qualcuno. Di guardarmi intorno ed affrontare il mondo con un sorriso, di tollerare, di pensare se “sono la persona giusta”.

E sono 34.

Io mi ostino, involontariamente, a dire 33. L’altro numero proprio non mi piace. Banale, stanco, insignificante ed inutile. Ma è solo un numero.

In fondo, un numero non è tutto, potrebbe essere solo un contenitore, una casella, un identificativo qualsiasi. Un tutto e un niente.

Gettare la spugna sarebbe forse la soluzione più semplice ma anche la più stupida.

In effetti sono abbastanza cocciuta e testa di cazzo, non è da me abbattermi e l’unica spugna che getto, solitamente, è quella dei piatti nel lavandino.

Avanti, prendi coraggio e guardati allo specchio. Guarda quello che vedi e vai oltre a quell’immagine.

Certo, cara la mia ragazza, non sei più quell’immagine che eri abituata a vedere, non hai fatto un “refresh” da qualche tempo e, improvvisamente, ti vedi cambiata. Più stanca, più spenta, più vecchia, meno brillante in tutto.

Traumatico, vero? Ma, ricordi? Eravamo d’accordo che tu andassi “oltre” a quell’immagine. Dimmi, che vedi ora?

In effetti, se mi vien voglia di affrontare quell’ “oltre”, mi rendo conto che non tutti i cambiamenti sono poi così negativi. Certo, i difetti non mancano, intolleranza, impazienza etc etc etc… potrebbe essere un lungo elenco, lasciamo perdere. Ma ai contro, per contrapposizione, devono per forza esserci dei pro e, diciamocelo, non sono poi così malvagi.

Bene, inutile perdersi in ragionamenti Marzulliani. Apri gli occhi, guarda avanti. Non sei né al punto di partenza ma nemmeno a quello di arrivo. La strada è lunga, che ti piaccia o no te la devi percorrere… altrimenti non saprai mai come andrà a finire questa buffa storia di nome “vita”.

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08th nov2013

La Crotta Di Vegneron – Pinot Noir 2012

by elenabardelli

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Dici “bocca di rosa” e, quasi sicuramente, ti aspetti che il primo comune pensiero si ricolleghi alla fanciulla narrata da De Andrè nell’omonima canzone ma, in questo caso, non si parla certo delle virtù della ragazza scesa alla stazione di  S. Ilario.

Niente di proibito o peccaminoso in lei, i benpensanti le possono stare tranquillamente accanto, senza preoccuparsi di chissà chi o di avere a che fare con una potenziale venditrice di amore. Al contrario si sentiranno quasi a loro agio, ammirando questa immagine iconografica prossima alla semplice purezza.

Non credo ci sia da stupirsi nel ritrovarsi ad ammirare sognanti, magari con qualche ricordo, quest’anima danzante a cavallo tra l’innocenza e la fanciullezza.

Rosate gote a contorno di un sorriso sincero, corse spensierate in un prato fiorito verso un orizzonte, fino al presente.

Senza svegliarsi da quell’immagine, è bello pensare che si può, come allora, continuare a correre.

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24th ott2013

Vino in Valle di Fabrizio Gallino: la mia non recensione

by elenabardelli

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Conosco Fabrizio ormai da qualche anno (noto sul web come  @Enofaber) e la sua passione enoica, soprattutto nei confronti di quella piccola grande regione che è la Valle d’Aosta.

Ricordo quando queste pagine erano ancora solo un’idea, un progetto e non da ultimo un sogno che Fabrizio conservava nel cassetto e nel cuore. Ora, tenendo in mano questo libro, mi fa piacere di essere stata tra le persone che lo hanno “tormentato” per mettere nero su bianco la sua passione, per la quale ha avuto in cambio solo la soddisfazione di vedere stampato il suo lavoro e le sue fatiche (sì, fatiche, diciamolo chiaramente: degustare è anche piacevole, ma con certi ritmi non è affatto semplice e richiede comunque un certo impegno) rinunciando alla possibilità di diventare come la Rowling con i suoi Harry Potter.

Potrei dirvi che il volume è composto da 160 pagine, le quali sono divise in modo intelligente e arricchite con belle foto della Valle, raccontarvi come è strutturato etc… ma non lo voglio fare. Vi lascio la curiosità e credo che investire 18 € per approfondire un territorio raccontato con tanta passione sia una buona cosa e per nulla proibitivo.

Grazie Fabrizio e di nuovo i miei complimenti

 

24th set2013

Uno, nessuno e centomila (storia di una non emozione)

by elenabardelli

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Credo che sia capitato a molti, in forma più o meno intensa, di sentirsi come il Vitangelo che, davanti allo specchio (il suo Io), scopre di vivere senza vedersi vivere.

E via! Parte la ricerca e l’inseguimento di quell’Io, imbattendosi in centomila differenti identità…

Insomma, senza stare a fare un trattato sull’opera Pirandelliana, chi è il vero Io?

Lo stesso pensiero, quindi, lo potrei applicare su una bottiglia, Lei che un tempo era in grado di regalarmi emozioni ora è diventata centomila e nessuna donandomi deboli sentimenti che non sfociano, soffocati, silenziosamente e dolorosamente inesplosi.

Ci si estranea quindi da sé stessi e dal mondo, anche da quel piccolo grande mondo che ti ha sempre regalato viaggi emozionali pensando che forse è meglio essere nessuno piuttosto che uno fra i tanti sterili stereotipati centomila.

E quindi? Che si fa? Diventare un centomila indossando una maschera socialmente ideale? Fregarsene di ansie esistenziali assecondando e facendo emergere il proprio Io? O, molto semplicemente, non essere essendo nessuno?

Un passo, solo un piccolo passo, per uscire dal limbo.

Si può fare?

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21st giu2013

Non sono vegetariana, tantomeno vegana… ma sono curiosa. Storia di un seitan

by elenabardelli

Penso che dal titolo di questo post non sia difficile capire che sono una carnivora incallita. Insomma, una di quelle persone che di fronte ad una fiorentina quasi si commuove. Che volete farci, anche io ho dei difetti ;-) .

E’ anche vero che, a mio favore, ho una dannata curiosità e fame di sapere.

Forse complice le temperature equatoriali di questi giorni, mi sono documentata sui vari “sostituti della carne” scoprendo un mondo quasi totalmente sconosciuto.

Oddio, l’occhio a cuore non si è certo materializzato sul mio viso ma, obiettivamente, è scattato il pensiero che  se tante persone si alimentano con determinate cose  forse poi così immangiabili non sono.

Ed ecco che mi imbatto nel SEITAN, nome che già attraversò il mio cervello e che mi ha sempre fatto simpatia ricordandomi il nome di uno dei tanti super eroi dei cartoni animati giapponesi.

Ma, in sostanza, che è? Per farla breve (molto breve) è un alimento altamente proteico, con pochissimi grassi (e pure non saturi), senza colesterolo. Data l’elevatissima quantità di glutine credo che sia un modo alternativo di suicidio per le persone affette da celiachia.

Come un bambino che sogna il Pongo e non vede l’ora di mettersi ad impiastricciare mi lancio nella preparazione di questo succedaneo del bue grasso.

Prendo 1 Kg. di farina manitoba e la tuffo nell’impastatore aggiungendo una dose pressoché ininfluente di spezie segretissssime (vabbè curry, curcuma e paprika a occhio… comunque poco). Affogo il tutto con 600 ml. di acqua e lascio fare il lavoro sporco all’elettrodomestico dedicato fino a quando il tutto non si amalgama creando una bella pallottolona compatta che adagio poi in una marmitta capiente per farla riposare coperta di acqua (c’è chi dice 2 ore, chi tutta la notte… boh io ho agito prima causa impazienza!).

impasta impasta...

impasta impasta…

 

il "pallottolone"

il “pallottolone”

 

Dopo il sonnellino in ammollo ho trasferito la massa in un cola pasta e via di risciacquo finché l’acqua, priva di amidi, non diventa trasparente.

risciacquo...

risciacquo…

Bon, gira che gira, ecco il risultato: un ammasso elastico giallastro che, pare, sia glutine.

l'ammasso glutinoso

l’ammasso glutinoso

E’ arrivato il momento di avvolgerlo (in una garza, straccio, alluminio) a salsicciotto e buttarlo a bollire per 1 h e 30 min.

Ora il misterioso Seitan è pronto e lo si può utilizzare in tutte le preparazioni al posto della carne. Ha il vantaggio che, essendo già cotto, impiegherete molto meno tempo di cottura di quello necessario per la carne. In onestà il sapore è quello che assorbe dai condimenti utilizzati… lui non sa di nulla da solo. Pare che lo si possa tranquillamente congelare.

pronto!

pronto!

sezioni di un seitan

sezioni di un seitan

 

Io l’ho cucinato in due versioni: spezzatino in salsa agrodolce e spezzatino ai funghi.

...in agrodolce

…in agrodolce

diversamente spezzatino ai funghi

diversamente spezzatino ai funghi

 

Conclusioni:

  • Niente e nessuno potrà mai sostituire una goduriosa tagliata, però mi sono divertita e non mi è dispiaciuto sperimentare modi per consumarlo
  • Non sono brava a spiegare e mai lo sarò (l’insegnante non è per nulla il mio mestiere) magari con le foto  qualcosa di più si capisce :-)

 

You can read I’m Not a Vegetarian, Much Less a Vegan … but I Am Curious. A Seitan Story. in English on Webflakes

30th mag2013

“Scusa, ma sa di tappo?”

by elenabardelli

550_Tappi di sughero naturali

 

Durante una pausa pranzo, tra una commissione e l’altra, decisi di fermarmi nel mio wine bar “di fiducia” per tirare il fiato e concedermi un boccone in santa pace.

Una volta accomodata, come sport rilassante, allungo l’occhio sui tavoli vicini per sbirciare la tipologia di bottiglie ordinate (ok, sono curiosa come una scimmia…). Essendo sola, avendo ancora la seconda metà della giornata da affrontare e, soprattutto, essendo ancora in convalescenza renale (aridaje!)  non avevo certo in mente di aprirmi una bottiglia che, usato il raziocinio, sarebbe stata uno spreco oppure, in caso contrario, un nefricidio che mi eviterei volentieri.

“che ti porto?”

“cosa mi proponi?”

“un rosso X oppure un bianco Y”

La scelta cadde su Y, che chiamerò volutamente così perché la domanda che mi porrò non sarà nei confronti della bottiglia, ma sarà in funzione del consumatore.

Ed ecco che, tra un salto da un tavolo all’altro, il mio enotecaro arrivò da me, con in mano la bottiglia  Y decantandomene le caratteristiche. Lo lasciai giustamente parlare, mi piace ascoltarlo e trovo che sia una persona preparata.

Mi augurò buon appetito e prima di congedarsi lasciò Y al tavolo.

La fame era più forte della “sete” ma ero curiosa e ne sorseggiai una piccola quantità.

La temperatura di servizio un po’ troppo fredda, ma ci può stare, sarà stata parcheggiata un po’ troppo in glacette, mi lascia comunque una strana sensazione.

Guardai la bottiglia, costatando che quando arrivò al mio tavolo ne mancava già metà.

Per capire se avevessi ragione attesi che il contenuto del bicchiere si scaldò un po’, ci rimisi dentro il naso; una, due, tre volte. In bocca, la conferma. Di riscontro non immediato al naso ma comunque presente.

Credo di avere una buona capacità nello scovare il sentore “di tappo”, nelle varie gradazioni di presenza e disturbo, riconoscendolo da altri sentori erroneamente definiti tali. Ripeto: credo.

Non pretendendo di avere la verità in mano ed essendo sempre pronta a confrontarmi aspettai che l’amico enotecaro mi venisse a tiro per chiedergli: “scusa, ma non sa di tappo?”. E dopo una bella e lunga tirata di naso… ecco la conferma.

Questa non vuole essere una critica, né nei confronti della bottiglia Y tantomeno al gestore del locale.

Il mio quesito è rivolto alle altre persone che hanno bevuto quel che mancava dalla bottiglia. Com’è possibile che nessuno di questi se ne sia accorto?

E, infine, qual’è il livello medio della sensibilità gusto-olfattiva del consumatore?

 

 

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18th apr2013

Domaine Zind – Humbrecht V.Q.P.R.D. 2010 Alsace Gewurztraminer

by elenabardelli

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I cieli grigi hanno sempre avuto su di me un certo fascino. Sarà forse per la plumbea decadenza, per il senso di calma piatta, per la sensazione di culla nel limbo della pace, dove tutto riposa.

Riposa la natura e, con lei, le anime che la popolano. Lì, in attesa. Aspettano con scalpitante irrequietudine il mutare delle cose e degli eventi, per uscire da quel torpore nel quale sono avvolte.

Una luce improvvisa invade la stanza. Quasi abbagliante spazza via dai volti quel velo di tristezza che vi si era adagiato. La rinascita, gli stimoli, la voglia. Come animali selvatici di passaggio tra radure, alimentati dal risveglio della natura, dai suoi profumi, dai suoi colori; corrono verso la vita assaporandone. Ogni goccia è stimolo, è carburante, è forza.

Goccia dopo goccia son come passo dopo passo che ti accompagnano in cima al tuo arrivo. Ora puoi aprire gli occhi e assaporare a lungo del magnifico paesaggio, dello sguardo che si perde verso l’infinito.

 

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