16th Mar2012

New York, ricordi (part XII)

by elenabardelli

E’ arrivato il momento di chiudere le valigie. L’autista per il trasferimento in aeroporto era già stato contattato il giorno precedente.

Prima di fare il check-out in Hotel mi concedo l’ultima tranquilla passeggiata in zona.

Di questa giornata potrebbe non esserci nulla di particolare da raccontare ma in realtà c’è molto. Sensazioni ed emozioni difficili da spiegare. Pensieri che mi accompagnano silenziosi si fanno sentire senza preavviso.

L’autista è puntuale. Bagagli caricati, si torna al JFK.

Questo viaggio, questa città, mi ha dato molto ma si è anche presa una parte di me. Dovrò tornare, magari ritroverò quella parte, magari no, ma mi piace l’idea di tornare in un posto e ritrovarmi.

Il viaggio è un sentimento, non solo un fatto

 

 

 

 

 

 

15th Mar2012

New York, ricordi (part XI)

by elenabardelli

Inutilmente cerco di non sentire la sveglia, di non rendermi conto della realtà. No, non ho sonno, non è per quello che fingo che il suo suono sia solo un’impressione. E’ il 20 Agosto, ecco perché non mi va di realizzare che è già mattina, l’ultimo giorno pieno che passerò qui.

Inutile perdere altro tempo, meglio alzarsi e cercare di sfruttare la giornata in qualche modo.

Mi sembra di essere arrivata qui da pochissimo, di avere ancora tante cose da fare e da vedere.

Un po’ di nostalgia di casa c’è ma è in conflitto con la grande voglia di rimanere ancora un po’.

Mi preparo pensando alle cose positive e piacevoli che mi attendono al rientro ed ecco che spunta un sorriso.

Con la serenità sul volto mi immergo in città.

In tutti questi giorni non ho ancora assaggiato i pancakes, direi che bisogna provvedere. Dopo questa prova mi convinco che il mio stomaco non è abbastanza allenato per affrontare certe sfide, se potesse mi denuncerebbe.

Rotolando per le strade (eh sì, dopo questa colazione sono una palla) mi diverto e mi rilasso osservando le persone.

Un suono mi attrae. E’ una batteria improvvisata: secchi, pentole e addirittura una bombola del gas! Davvero bravo.

Riprende la camminata, una passeggiata in tranquillità. Qualche giro in negozi, qualche piccolo acquisto.

Insomma, nulla degno di nota, una giornata da turista fannullone.

Giornata tranquilla, turista fannullone ma anche oggi una bella macinata di chilometri non poteva mancare.

Si fa sera e dopo un pitstop in Hotel ci si trascina in cerca di un posto in cui cenare.

Dopo aver perso ogni rapporto tra spazio e tempo mi rendo conto dell’ora.

Le 11,00 pm; niente male.

All’improvviso l’illuminazione: Shake Shack. Non è quello di Madison Square Park ma è al Theatre District. Ok, è l’occasione per provarlo. In effetti ne valeva la pena.

Meglio rimettersi in cammino verso la base ora, sarebbe il caso di riposare un po’

Le luci si spengono, rumori lontani svaniscono, gli occhi si chiudono.

Buona notte…

 

14th Mar2012

New York, ricordi (part X)

by elenabardelli

Oggi è il giorno dell’incontro con il twittamico Gianni Lovato, aka @gianpadano.

La sveglia è puntata ma il risveglio naturale la anticipa.

Mi collego a Skype, controllo la posta e twitter.

Mi fa sorridere il fermento dei followers in merito a quest’incontro.

Dopo uno scambio di messaggi decidiamo di anticipare l’appuntamento alle 9,30.

Tostapane bianco in arrivoooo” (Cit.)

Più puntuale di uno svizzero ecco Gianni.

La giornata è davvero molto bella. La clemenza del meteo fa mantenere invariato il programma: Long Island.

A bordo, si parte!

Già andiamo bene con i gusti musicali che fanno da sottofondo alla spiegazione dei vari quartieri. Certo, avere come cicerone chi ci ha vissuto, è davvero interessante.

Ed eccoci sulla Express Way, direzione Jones Beach.

Il cielo terso mostra la foschia su Mhanattan. Se fosse sereno anche li si vedrebbe il profilo dei grattacieli.

WOW, l’ Oceano quasi tranquillo… Non resisto, i piedi in acqua li devo mettere. Temperatura ideale, si sta così bene che non mi curo dell’onda che sta per arrivare. Giustamente nemmeno a lei importa molto che io sia li e mi inzuppa i pantaloni.

Ci spostiamo. A pranzo andiamo in un “diner” che, a quanto pare, sono tutti di proprietà di greci.

Gianni è di ottima compagnia, fa da guida e risponde alle domande che lo subbissano. Tra una chiacchera e l’altra mi cade l’occhio sul menù, resto di stucco nel leggere gli ingredienti del “long island iced tea”: 1 oz di vodka, 1 oz di rum, 1 oz tequila, 1 oz di gin, 1 oz triple sec e 1 ½ oz di sweet & sour mix… una botta di vita insomma, se fossi in procinto di andare a letto la assaggerei ma dato l’orario e il caldo direi che è ampiamente evitabile.

Da li ci spostiamo, si va verso la parte esterna dell’isola, quella ad Est, “la coda del pesce”. E sì, perchè Long Island ha quella forma, un pesce con la testa verso Manhattan, il corpo centrale e, ad Est, la coda che si si dirama in due parti, una che guarda Sud e una verso Nord.

Noi stiamo andando a Nord. La contraddistinguono terreni più rocciosi ma più fertili rispetto quelli della parte Sud ed è zona di vigneti.

Siamo da Paumanok, pronti a degustare qualcosa. Il Cabernet Franc 2007 da una sensazione di acerbo, astringente, non sembra nemmeno che abbia già tre anni. Ci avventuriamo allora con Riesling Dry 2008, dolciastro per essere un dry ma lascia comunque un retrogusto piacevole, non persistente

Per curiosità facciamo tappa da Castello di Borghese.

In tutta onestà non trovo una grande differenza tra i vini bevuti, non riesco a percepire chiaramente i profumi e i sapori, è come se fossero stroncati da qualcosa. Il titolo alcolometrico riportato sulle bottiglie è di 12,5 ma sembra che sia molto di più.

Sarò io che non capisco però non trovo un equilibrio e una giustificazione a quei prezzi, si va dai 24 ai 60 $ a bottiglia.

Ora basta giri per cantine, si torna verso “casa”.

Osservo il paesaggio e le abitazioni, alcune danno l’idea che basti una folata di vento per spazzarle via ma sono comunque tutte graziose e con i giardini ben curati. Parecchie sono in vendita e danno un’idea di città fantasma. Ce n’è una con delle vigne annesse, sembrerebbero abbandonate entrambe da parecchio tempo.

E’ l’orario giusto per fare una sosta gelato. Un bel frappè alla fragola, la cosa più “umana” tra quelle proposte. Gli altri gelati sono una perversione. Gelato al cioccolato e gelato alla menta fanno da contorno ad un tortino caldo al cioccolato ripieno di burro di arachidi che, fuso, fa anche da guarnizione al piatto insieme a della cioccolata e della panna montata e, per finire, il “cioccolatino sulla torta”, mica una cosa liscia, no no, bello ripieno di burro di arachidi!!! Una cosa leggera leggera insomma.

Di nuovo a bordo. Sono le 5,00 pm e sulla carreggiata opposta della expressway il traffico inizia ad intensificarsi. Sono i pendolari che da Manhattan tornano a casa dopo il lavoro.

Arrivati nel nucleo! Dopo un po’ di evoluzioni e slalom semaforici e pedonali eccoci in Hotel.

Incredibile! Anche il parcheggio di fronte, una botta di fortuna quasi paragonabile ad un 6 al superenalotto.

Come un trasformista, tempo record, gli abiti da spiaggia vengono sostituiti con qualcosa di più adeguato alla serata.

Si decide per il “Café de Bruxelles”: cozze, vongole ma soprattutto birre, birre e ancora birreee.

Un ripasso veloce della strada e via, a bordo.

Stesso iter di eveluzioni in compenso il parcheggio è li, ad aspettare noi, quasi un miracolo.

Con l’acquolina in bocca e sognando le birre (già mi immaginavo che ci avrei impiegato mezz’ora per decidere quale ordinare) l’amara sorpresa: il Café de Bruxelles è chiuso, non esiste più.

Facciamo tre passi, in zona c’è “I tre merli”, lo stesso locale di Genova in cui Gianni e twittcompagnia andarono in occasione del Vinixlive6 a Giugno.

Lo zio d’America (ormai mi piace chiamarlo così) è sconsolato! Secondo lui la giornata eno-culinaria è stata un disastro. Io non sono per nulla d’accordo, secondo me è stata molto bella, interessante ma soprattutto divertente e sicuramente in ottima compagnia.

Mi ha fatto molto piacere incontrarlo, è una persona gradevole, di compagnia, divertente e disponibilissima.

Ci siamo scambiati gli indirizzi, quando dovesse ricapitare in Italia mi farebbe piacere ospitarlo. Sicuramente, una volta a casa, gli spedirò qualcosa che non riesce a trovare a Chatham, sapori e profumi dall’ Italia.

Ci si saluta, sperando che il viaggio di rientro sia tranquillo.

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A nanna, oggi è stata una giornata intensa.

13th Mar2012

New York, ricordi (part IX)

by elenabardelli

Agosto sembrava così lontano. Sembrava ridicolo a Gennaio pensare alle ferie, prenotare una vacanza sette mesi prima.

Come spesso accade il tempo prende una corsa sua, indipendente, silenziosa, impercettibile. Tu vai avanti per la tua strada, inconsapevole preda di un ingranaggio, senza accorgerti di nulla, ma alla fine arrivi ad un punto del tuo cammino dove ti fermi un attimo e ti rendi conto che in realtà lui è sempre più veloce di te.

La mia vacanza è quasi finita. Questa consapevolezza mi fa provare una strana sensazione. Due giorni, solo due e dovrò prendere nuovamente l’aereo.

E’ che l’energia che emana questo posto mi da una grande carica, mi fa sentire come un cavo elettrico scoperto.

Cerco di mettermi in uno stato di anestesia emozionale, stacco la spina e mi faccio trasportare come uno spettatore invisibile.

Le cose osservate in questi giorni sono davvero tante. Scopri che per girare a New York non ci vuole nulla, sembra di giocare a battaglia navale ed è praticamente impossibile sbagliarsi. Ti accorgi che è tutto più o meno razionalmente diviso, trovi intere strade dedicate ai più vari esercizi commerciali, dai fioristi, alle profumerie, negozi di parrucche e addirittura ti puoi imbattere in un negozio (nemmeno poi così piccolo) che vende solo custodie per cellulari, quasi impressionante la quantità e la varietà.

Con il sorriso vedi le varietà più strane di individui a cui nessuno fa caso e il bello di questa cosa è che, tirando le somme, non ti senti inadeguato. Anzi! La cosa ti mette ancora più a tuo agio.

Vengo momentaneamente risvegliata dal mio stato ovattato da un SMS. Mi viene augurato un buon onomastico. Nemmeno mi ricordo io quand’è, mai mi sarei immaginata che qualcuno se lo ricordasse. La cosa mi ha fatto sorridere.

Oggi non mi va di fare programmi, si gira a caso.

Ridendo e scherzando si è fatta un’ora interessante per pensare di mettere qualcosa sotto i denti. Senza tante ricerche va bene avventurarsi nel primo bar apparentemente interessante sulla strada. Sono seduta, tranquilla mi guardo in giro. Ad un certo punto il mio sguardo incrocia la porta, proprio nel momento in cui si sta aprendo. Ed eccolo entrare, lui, il tamarro che mi mancava, anfibi, pantaloni neri fasciatissimi in zona chiappe, canotta aderente bianca su fisico finto palestrato, occhiale da sole

capello lungo raccolto a coda…. insomma, mi sembrava la versione “de no’ altri” di Lorenzo Lamas.

Improvvisamente la mia calma viene turbata. Lorenzo (d’ora in poi lo chiamerò così) si alza dal suo tavolo, va verso i servizi…. ma non da solo. Prende la sua 24 ore rigida e si chiude in bagno. Sarà che sono condizionata dalle classiche scene da film, ma la prima cosa che mi è saltata in mente è che la borsa fosse in realtà un pacco bomba.

Inizio a sfornare le più improbabili ipotesi, le eventuali reazioni, giungendo alla conclusione che se Lorenzo fosse uscito dal bagno senza la 24 ore e prendeva la porta di uscita me ne sarei andata a gambe levate. Meglio passare per matta che finire a carbonella.

Una serie di ragionamenti contorti concentrati, fatti sì e no in un paio di minuti… sarà colpa di un calo di zuccheri o più probabilmente della fantasia eccessiva.

Finalmente mi rilasso, l’ipotetica bomba è tornata al tavolo con il suo proprietario.

Per occupare il pomeriggio la fantastica idea di girare per negozi. Shopping? No no, una cosa decisamente più divertente. Si sa, l’oggetto dei desideri del momento è l’iPhone 4. All’Apple Store della 5th è sold out e negozi “tecnologici” che vendono dalla fotocamera al pc hanno esposti in vetrina cartelli “UNLOCKED IPHONE” quindi parte l’idea di fare una bella indagine di mercato.

Su questa cosa si potrebbero scrivere decine di pagine. Cominciando dai prezzi, la media si aggirava sugli 800 $ ma non mancavano li estremi: chi te lo proponeva a 1000 $ o addirittura chi di dollari ne voleva 400 . Questa disparità di prezzi fa un po’ pensare e viene la curiosità di capire meglio il giro del fumo.

La prima cosa che penso è che comprarlo per 1000 $, già manipolato da altri e comunque senza nessuna garanzia sia una cosa da pazzi e mi domando se trovino qualche matto (pollo) a cui rifilarlo.

Lo stesso discorso vale per quelli proposti a 800 $. Ora i dubbi si concentrano su chi te lo venderebbe per 400 $… Che ci sarà sotto?

Dopo un’indagine leggermente più approfondita viene svelato l’arcano. I pochi venditori onesti lo specificano prima ma la maggior parte (otto su dieci) per iPhone ti “spacciano” il Phone 4. Se chiedi solo iPhone 4 loro lo intendono come “ International Phone 4”, un tarocco nemmeno fatto tanto bene. Bisogna essere più precisi nelle richieste e specificare “Apple iPhone 4”, cambia il prodotto e soprattutto il prezzo che si aggira intorno alla media degli altri negozi.

Girando per strada non è raro imbattersi in qualche set cinematografico o fotografico ed essere abbagliati da uno di quei pannelli usati per riflettere la luce.

Appena ripreso l’uso della vista i miei occhi non potevano credere a quello che avevano di fronte. Si diceva che di stranezze se ne vedono tante ma non mi aspettavo di vedere un turista dal passo spedito che con un braccio trascina il trolley e con l’altro, in modo ascellare, il cuscino

Inseguire il maratoneta con il cuscino non è stato facile, meno ancora riuscire a fargli una foto. Una corsa per fare una foto sfocata.

Con la scusa di una breve sosta controllo la posta. Domani è il grande giorno dell’ incontro con Gianni.

Dopo essermi data un tono decido di tornare all’ Heartland Brewery, volevo assaggiare la Summertime Apricot Ale.

Bene, si può andare a nanna… domani sveglia presto.

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12th Mar2012

New York, ricordi (part VIII)

by elenabardelli


Ore 7,00 am, la prima sveglia viene spenta.

Ore 8,00 am e il secondo fastidioso suono che rompe il silenzio viene preso più in considerazione.

Senza affannarsi più del dovuto, rotolando giù dal letto verso la doccia. Il risveglio mentale mi fa rendere conto che quella è proprio un’ abbronzatura in vero stile camionista: il segno della maglietta è orribile! Regalo della giornata precedente trascorsa in mezzo all’ acqua.

Bene, si esce.

Passo dopo passo, street dopo street non sembra nemmeno di aver già percorso 6 km.

Ed eccola li che si che si vede, la Statua della Libertà. Oggi poi è una giornata soleggiata, il cielo terso e i contorni all’ orizzonte sono ben definiti.

La coda, sotto il sole cocente, al Battery Park per imbarcarsi sul traghetto che va ad Ellis Island è una cosa assurda; volendola fotografare non basterebbe un grandangolo. Sarà anche bella ma quella coda non la faccio.

Guardiamo un po’ cosa c’è qui intorno. E’ stato divertente vedere questa fontana, mi ricorda una identica a Gabicce Mare (Pu), con getti d’ acqua ad intermittenza, temporizzati. Bambini, come pure qualche adulto, giocarci in mezzo, aspettando l’ arrivo degli spruzzi freschi. Un parco acquatico improvvisato in città.

In lontananza si sente suonare una steel drum. Pazzesco come uno strumento che sembra un pentolone possa avere quel suono.

Di nuovo in strada.

World Trade Center è a pochi passi e la curiosità di vedere cosa succede dopo nove anni mi porta li.

Viabilità stradale ma soprattutto quella pedonale sono modificate, in alcuni punti per attraversare la strada bisogna avventurarsi in tunnel sopraelevati che non permettono di guardare cosa c’è all’esterno.

GrounZero. Un grande cantiere recintato ed oscurato lungo il perimetro da teli che mostrano com’era prima dell’attentato, i progetti e come sarà.

Ci sarà un’unica torre mentre le due fondamenta di quelle abbattute saranno delle fontane.

9/11 Memorial”, un museo, se così si può chiamare.

Un po’ combattuta sul da farsi, non mi attira molto l’idea di visitarlo, ma è anche vero che sono qui, tanto vale farci un salto.

L’ingresso è libero. Alcune cose sono interessanti ma mette tristezza il business costruito su un episodio decisamente poco piacevole.

Con passo decisamente meno spedito si torna indietro.

Le 4,30 pm?!?! Non ho ancora pranzato e non ho più fame…. però…. massì, non ho nemmeno fatto colazione, la faccio ora! Uno pseudo cappuccio (il solito beverone) e un dolce formato frisbee.

Finalmente in camera. Un po’ di meritato relax, senza abusarne, potrei tragicamente cadere in uno stato comatoso profondo.

Con i muscoli ancora caldi, via, in cammino. Ormai giro per strada quasi come una newyorkese, come se non avessi nulla intorno, nessuno davanti, con lo stesso modo di affrontare i semafori senza fermarsi (quando possibile) fregandomene un poco del rosso, per non perdere il ritmo.

Il Village. Culla frequenta da cantautori, musicisti, scrittori ed artisti in genere.

E’ ancora presto e fuori dai locali dove suonano musica dal vivo non c’è ancora nessuno.

Locali, ristoranti, edifici curati, tranquillità. Sei praticamente in centro ma è come essere su un’ isola felice dove non arrivano rumori tipici della città.

Mi piace questo quartiere. Mi piacerebbe tornarci di giorno per entrare in qualche negozio di strumenti musicali ma, temo, che non ci sarà tempo per farlo.

Questa gita serale non è stata fatta a caso, lo scopo principale è andare da Kestè.

271 Bleecker St. Per fortuna è aperto, comincio ad avere un po’ di appetito.

E’ un locale lungo e stretto, sembra un po’ un corridoio. Arriva il menu. A meno che non ci sia una carta vini (non credo, non ne ho viste girare) trovo che chiamare il locale “Kestè pizza & vino” sia stata una scelta un po’ azzardata data la presenza di quattro vini in croce.

Pizza scelta: salsiccia e friarielli. Mentre aspetto osservo un po’ l’ambiente. Nel farlo mi mi si aprono anche le orecchie, al tavolo dietro di me una compagnia che parla con quello che credo sia il proprietario del locale con un accento indubbiamente napoletano.

Ed ecco un piatto arrivare. Sì, è lei. L’aspetto è invitante, il profumo anche. Non resta che assaggiarla.

Me la sono gustata, niente male.

Sempre sulla Bleecker St. c’è la gelateria Grom. L’insegna dice “il gelato come una volta”. Peccato che proprio non mi ci sta più nulla nello stomaco, l’avrei assaggiato volentieri.

Sono le 11,00 pm e al Washingthon Square Park si respira un’aria rilassata.

C’è un po’ di tutto, famiglie con passeggini, il gruppetto di rapper, lo scrittore, la compagnia armata di chitarra e microfono, ragazzi con lo skateboard. C’è anche chi, nonostante l’ora, si fa tentare dalla fontana.

Il parco chiude a mezzanotte. La polizia comincia ad avvicinarsi e a transennare gli ingressi una decina di minuti prima. Con calma le persone iniziano ad andarsene.

Quest’ora passata in relax al fresco mi ha fatto bene. Prima di andare a nanna entro in una pharmacy per portarmi in stanza qualcosa da bere. Ancora una volta rimango sconcertata dalla quantità di bevande assurde che si trovano qui, per non parlare dei formati. Quelle taniche di pseudo succo d’arancia quasi mi fanno impressione.

Finalmente in camera, con la mia bottiglia. Buona notte.

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11th Mar2012

New York, ricordi (part VII)

by elenabardelli

Un suono continuo interferisce il mio sonno, cerco di non sentirlo ma lui ha la meglio…. è ora di alzarsi.

Il cielo è ancora grigio e si vede anche qualche ombrello.

Un’altra giornata con il meteo contro e la cosa non facilita il mio rientro nel mondo dei vivi.

Che fare? Cambiamoci e poi si vedrà.

Oltre ad essere coperto è anche afoso, tanto che si suda da fermi. La cosa migliore sarebbe muoversi sull’acqua. Circle Line quindi.

Ancora una volta per spostarsi uso le mie gambe invece dei mezzi.

Forse, girarsi Manhattan in lungo e in largo a piedi, può sembrare una cosa da pazzi ma spostarsi con i mezzi non ti fa apprezzare molte cose.

L’idea comune porta a pensare che New York sia tutta un grattacielo più o meno famoso, belle vetrine, grandi strade e gente che passeggia sui marciapiedi.

Basta spostarsi di qualche strada per accorgersi di una periferia fatta di costruzioni più o meno bruttine, cantieri aperti, gente che lavora, muratori, elettricisti, imbianchini.

Ci si sente più tranquilli qui che in centro a Milano. Tutti si fanno gli affari loro, nessuno ti disturba. Solo qualcuno ti guarda un po’ stranito, come se pensasse a cosa ci faccia una turista da quelle parti. Ma poco dopo l’attenzione ritorna sul proprio lavoro.

Ecco l’imbarco del Circle Line, la partenza è alle 12,30 pm e il giro completo dell’isola dura tre ore.

A bordo sul ponte esterno. Un timido sole cerca di farsi strada tra le nuvole. Qualche raggio si riflette sull’ acqua e scalda la pelle rinfrescata da una piacevole brezza. Mi voglio proprio rilassare.

Il tempo non è dei migliori e dall’acqua il più delle volte sale un odore poco gradevole.

Mi godo l’aria fresca ed il panorama, l’unica cosa fastidiosa come una mosca il signore microfonato che fa la cronistoria dell’isola. L’ho soprannominato “J&B”, sembrava un ubriaco ed è stato difficile trattenersi dalla voglia di buttarlo in acqua quando, per la quinta volta consecutiva, ha detto che la statua della libertà, con la sua torcia, illumina l’Universo!

Il giro è terminato, si sbarca e, come comitato d’accoglienza, la pioggia.

Un vero e proprio temporale e non l’acquetta ridicola di ieri. Questa volta sono attrezzata con ombrello ma non è servito a molto: fradicia dalla testa ai piedi!

Stanca di nuotare faccio una piccola sosta in uno degli Starbucks sulla 5th Av. Stranamente, l’aria condizionata rigorosamente a temperatura polare, non mi ha fatto prendere una broncopolmonite.

Finalmente ha smesso di piovere.

Destinazione Hotel per una doccia rigenerante e abiti asciutti.

Otto pizzeria – enoteca non è molto distante, è al numero 1 della 5th Av. Scelto per la cena.

L’ambiente è troppo rumoroso per i miei gusti.

Facciamoci del male con una pizza. Ordino una “margherita D.O.P.”: pomodoro, mozzarella di bufala, basilico.

La carta dei vini è decisamente più varia, ovviamente non l’ho letta tutta.

Decido per un aglianico Concarosso 2007 dei Poderi Foglia.

Arriva la pizza. Un disco di cartone, piatto ed uniforme, affogato da pomodoro, con quattro foglie di basilico e cinque macchie bianche dai contorni definiti (bufala?!?).

Obiettivamente sono riuscita a mangiarne di peggiori in Italia ma questa rimane comunque da suicidio, la morte dell’idea di pizza.

Mi consolo con il vino.

Mi sento di sconsigliarlo per la pizza, sicuramente sconsiglio la “margherita D.O.P.”, le altre che vedevo passare avevano un aspetto meno sconcertante ma non ho avuto modo di provarle. Altra nota negativa la celerità con cui ti tolgono il piatto da sotto il naso; insomma, sono a cena fuori, non in mensa e non devo “timbrare il cartellino”.

La strada di ritorno verso l’Hotel non è pesata, anche se la voglia di mettermi comoda è tanta.

Le luci si spengono, domani sveglia alle 7,00 am.

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10th Mar2012

New York, ricordi (part VI)

by elenabardelli

E’ Ferragosto ed è domenica.

L’idea della domenica amplifica, se possibile, quel clima di ferie.

Con calma mi alzo, guardo fuori dalla finestra e anche questa volta le previsioni della sera precedente trovate sul letto ci avevano azzeccato: un po’ nuvoloso.

Con uno scambio di SMS scopro che in Italia, o almeno in Varese e provincia, sta piovendo. Da loro sono le 3,00 del pomeriggio ed io, invece, sto andando a fare colazione.

Sono quasi le 10,00 am ed il Museum Of Sex qui vicino apre a quell’ora e ci vado. Dopo aver visto quello di Parigi (sette piani!) ero pronta a tutto.

Qui sono decisamente più contenuti ed essenziali. Tre piani ma soprattutto una quantità nettamente minore di oggettistica esposta.

La cosa che mi ha dato più soddisfazione oggi è stata mettere tra le braccia di Bill Gates il mio iPad acceso e farmi fotografare con lui.

No, purtroppo non era il vero Bill ma la sua statua di cera esposta al museo di Madame Tussaud. Non amo il genere ma per curiosità ci sono andata.

Fuori dal museo ritorno da Petrossian per un pasto veloce.

Il pranzo viene condito da un po’ di nervosismo che mi faccio passare, sono in ferie, non è il caso che me le rovini.

Controllo la posta elettronica e la time line di Twitter. Internet può essere davvero sensazionale, nonostante la lontananza e il fusorario le persone sembrano vicine. Anche ricevere degli SMS inaspettati che mi augurano un buon ferragosto hanno contribuito a mettermi il sorriso. Esco dal café. Ad accogliermi fuori dalla porta la pioggia, di quelle noiose, sottili gocce mosse dal vento.

Ovviamente non ho l’ombrello.

Pomeriggio di pioggia, non resta che andare per negozi.

Macy’s è al 151 west della 34th St., non molto lontano da qui.

Per chi ama lo shopping potrebbe essere un paradiso, per me no. Non amo fare compere, sono il genere di persona che si muove al bisogno o comunque vedo, mi piace, lo compro.

Se non ho necessità non mi viene nemmeno in mente di andare per negozi, figuriamoci se il negozio in questione è gigantesco.

Talmente tanta merce esposta che vado in crisi. Una voglia di fuga mi assale e fa finire il giro in questo enorme store.

La pioggia è ancora li, più intensa, più forte. Come unico riparo il sacchetto di Macy’s.

La strada non mi era mai sembrata così lunga, anche le braccia ormai le sento troppo pesanti, inutile tenerle in alto per cercare di ripararsi, mi sto inzuppando comunque. E’ bastato non pensarci ed immergermi in un’altra dimensione, il pensiero viaggia altrove. All’improvviso, tanto sottile quanto fitta, stava quasi diventando piacevole ma era grande il desiderio di una doccia calda e vestiti asciutti.

Dopo tutta quella strada a metà tra la camminata e la nuotata la voglia di uscire era pari allo zero. Quasi di fronte all’Hotel c’è un risto-grill messicano, il Chiplote. Poteva essere un’idea prendere qualcosa da portare in camera.

Tre tacos con pollo grigliato, cubetti di pomodoro e cipolla rossa e salsa di avocado. Non proprio economici forse per quel che erano ma buoni.

La stanchezza si fa sentire. Appena raggiunto il letto il crollo nel mondo dei sogni.

09th Mar2012

New York, ricordi (part V)

by elenabardelli

Mi chiedo a che ora passino a mettere la copia del New York Times sotto la porta, mi sono alzata alle 5,00 am ed era già li che spuntava… Torno a letto ancora un po’.

Le 8,00 am ed il cielo è limpido. Le previsioni trovate ieri sul letto ci avevano azzeccato.

Lavata, vestita e pronta per una nuova giornata. Ovviamente non può partire senza colazione.

Oggi oltre al rituale beverone mi faccio uno yogurt. No, non è un vasetto normale, sarebbe troppo semplice. E’ uno yogurt alla fragola con miele, muesli, uva, mirtilli e fragole. Credo che minimo pesi 3 hg però è molto buono.

Sulla Av Of Americans quattro camion dei vigili del fuoco, una cosa abbastanza normale qui. 

All’altezza dei numeri 1880 una fila di vetrine “WE BUY” e “WE BUY DIAMOND” ed improvvisamente mi sembra di essere ripiombata in città da noi, dove lo spuntare come funghi dei negozi “COMPRO ORO” mi mette una grande tristezza.

E’ sabato, sono già passate le 10,00 am e si gode di un’insolita calma. Sui marciapiedi soprattutto turisti, lo si capisce anche solo dal modo in cui camminano, diverso da quello dei newyorchesi che hanno un passo spedito , auricolari e cellulare in mano e che non badano dove vanno e a chi o cosa sta di fronte a loro; come dei treni sul loro binario, imperturbabili.

Anche i clacson, surreale, un suono ogni ¾ d’ ora.

Verso le 11,00 am la città sembra più sveglia, traffico compreso.

Camminando verso la West Coast sono immersa nei pensieri, così tanto che non so nemmeno a cosa sto pensando di preciso. In questo momento potrei essere ovunque, a New York, a Gallarate, al Polo Sud. Non vedo nemmeno quello che ho intorno e non mi accorgo che la 12th Av è praticamente li di fronte.

Certo che ne sto macinando di chilometri.

Dalla gita ad Ovest ho capito che se sei a Manhattan e devi acquistare un’automobile ti devi spostare verso la 11th e la 12th Av, tra la 57th e la 53th St, strada più strada meno. I concessionari sono tutti li.

E’ la 1,30 pm; un orario quasi normale per pranzare.

Al 601 west sulla 57th St, tra la 11th e la 12th Av, c’ è l’Hudson Eatery che mi ispira. Gli interni sono curati, ordinati, tra tavoli rotondi e poltrone circolari all’interno della sala e tavoli rettangolari che danno sulla vetrata. Ora non resta che guardare il menu, ordinare e sperare che sia curata anche la qualità del cibo.

Tanto per cambiare mi faccio un burger, un Hudson Burger, per la precisione. Smoked gouda, bacon, crispy onion, aioli, brioche roll. Da bere una Hoegaarden che, nel dubbio, mi portano da assaggiare. Buona, la ordino.

Arriva il piatto ma non mi sembra quello che ho ordinato, questo è un sandwich con del pollo, bacon, avocado etc. Prima di azzannarlo chiedo conferma ad un altro cameriere se questo fosse realmente l’ Hudson Burger ordinato e lui lo conferma. Boh… per me non lo è…però se lo dice lui che li vede tutti i giorni bisognerà credergli.

Sempre scettica gli stampo un bel morso. Ottimo direi, però ora sono convinta che questo non è il tanto sognato hamburger.

Finalmente ecco a portata di mano il cameriere che ha preso l’ordinazione; un asiatico piccoletto che sembra essere uscito da un fumetto, un po’ storto quando cammina ma dall’aspetto simpatico e cortese.

Exuse me sir, is this the Hudson Burger? Are you sure?”. Con un sobbalzo e le mani dove un tempo c’erano i capelli “oh my God!!! I’m sorry!!!”. A, ecco, si erano sbagliati loro.

Poco dopo arriva il piatto giusto e subito mi domando come poter affrontare quel condominio di hamburger.

Il primo morso conferma le aspettative, uno spettacolo, sicuramente il più buono mangiato sinora. Ci tornerò.

Per smaltire il pranzetto proseguo la camminata sulla west coast.

Senza saperlo mi ritrovo davanti alla portaerei diventata museo “The Intrepid”, una delle tante segnalazioni del twittamico Gianni Lovato aka @gianpadano. Ci faccio un giro rapido e dal ponte della nave vedo che li vicino c’ è un’ altra cosa consigliatami da Gianni: “The Circle”, il giro in battello dell’ isola di Manhattan. Wow! Oggi sarebbe la giornata ideale. Di corsa verso la biglietteria ma, una volta li la brutta notizia che l’ultimo imbarco per il giro completo dell’ isola, che dura tre ore, è alle 4,30 pm. Mannaggia! Mancato per poco. Pazienza, rimandato a lunedì o a un altro giorno. Segnato. 12th Av tra la 42th e la 43th St.

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08th Mar2012

New York, ricordi (part IV)

by elenabardelli

Cielo ancora grigio e vento pungente.

Ancora una volta sulla 5th Av. Colazione sempre al Café 28, mi piace ed è sulla strada.

Oggi penso di andare al Museum of sex (visto quello di Parigi non posso perdermi quello di NYC), Apple Store, Central park. Bo, l’idea è quella, poi si vedrà. Ora vado ad ustionarmi con il mio beverone mattutino e mi faccio un dolce.

Questo “dolcione-briochone” mi ha stesa! Hai voglia a scarpinare per smaltirlo!

Mi metto in cammino, il cielo si è aperto e si prospetta una giornata calda.

Sono davanti a Tiffany & Co., un giro bisogna farselo. Tutto quello sbrilluccicare di diamanti quasi mi rimbambisce, però mi sento tanto Audrey… solo un po’ meno bella e vestita decisamente troppo “easy” ma “so di avere più sex appeal sulla punta del mio naso che molte donne nel loro intero corpo, non si vede da lontano ma c’è” (cit.). Un giro rapido e toccata e fuga all’ Apple Store per un’informazione.

Subito fuori inizia Central Park. 50$ e si sale a bordo della carrozza. Fa tanto turista ma è una cosa simpatica.

Appena entrati quasi ti dimentichi di essere a NYC, verde e piante che ormai avevo quasi dimenticato ed un insolito silenzio. Basta alzare lo sguardo per ricordarsi dove si è, dal verde spuntano i grattacieli.

Finito il giro in carrozza inizia il giro del parco a piedi.

Come promesso, il sole ha fatto la sua comparsa e la temperatura si è notevolmente alzata. Una breve sosta su una panchina all’ombra è l’ideale. Ed ecco un altro scoiattolo. Questo, senza farsi tanti problemi, mi si avvicina portandomi via di mano una foglia.

Gira e gira ecco la Madison Av e la conseguente brillante idea di andare da

Shake Shack del Madison Square Park.

Dicono sia l’ hamburger più buono di New York, c’ è sempre la coda al chiosco” (Cit.) con questa affermazione direi che la curiosità di provarlo è più che lecita.

Il traguardo è sempre più vicino, la fame da lupo si fa sentire. Una volta sul posto la coda (alle 3,30 pm!) è sconvolgente. Decisamente no, in coda minimo ¾ d’ ora non ci sto, non mi pare il caso. Sconsolata prendo la prima uscita dal parco che trovo.

Camminando ancora un po’ entro al Gramercy Grill. Il posto è parecchio bruttino, ma per 6$ il cheesburgher era buono.

Ora mi alzo, oggi non ho una gran voglia di girare, sono un po’ stanca (e voglio un bagno!!!).

Un percorso decisamente alternativo, la 1th Av… bah…

Finalmente uno Starbucks, approfitto dei servizi e della connessione WiFi.

Tornando bisogna passare dalla Grand Central, voglio tornare all’ Oyster Bar per risollevare lo spirito dalle fatiche della giornata. Questa volta, però, mi limito ad un bicchiere di Muller Thurgau, niente ostriche.

Sulla via del rientro entro in qualche negozio, semplice curiosità.

Finalmente in Hotel! Non ce la facevo più a camminare. Ascensore e su al quindicesimo piano…. Ma che freddo fa nei corridoi? A NYC sono pazzi con l’aria condizionata, credo che prima o poi incontrerò qualcuno surgelato.

Pronta per la cena! Si torna all’Hill Country.

Evvai! Pork spare ribs! Costine di maiale formato Flinstones… morbide, succulente, un po’ speziate… il paradiso per una carnivora come me. Qui funziona che vai tu al banco ad ordinare, la carne ti viene impacchettata in una carta spessa, marrone, di quelle “anti unto” (chiamiamola così); un passo in la e si arriva al “reparto” contorni, ho preso un’ insalata di mais con cipolla rossa e peperoni jalapenos (alla faccia della gastrite) il tutto accompagnato con una banalissima Budweiser.

Al piano inferiore stanno suonando musica dal vivo. Fregandomene del bon ton uso le mani e finalmente mi azzanno la prima pork ribs.

Passeggiata serale. Non so con quali forze eccomi arrivata a Time Square. Un concentrato di inquinamento luminoso delle insegne, la festa del trash e del tamarro… e poi sono troppo stanca.

Ragazze minigonnate con tacchi vertiginosi in gruppi di amiche o in coppia popolano le strade spostandosi a piedi per raggiungere i locali. Si vede che non sono turiste e soprattutto che non sono abituate a portare i tacchi, camminano con una strana andatura, con il portamento di chi sta in bilico sulle uova, con la femminilità di un bambino che se l’è appena fatta nel pannolino.

Le mie gambe, per forza di inerzia, mi fanno raggiungere l’albergo; con la zona lombare che mi tira i peggiori accidenti: ma chi l’ha detto che le scarpe basse sono comode?

E’ da poco passata la mezzanotte.

Finalmente comoda mi faccio rapire da Morfeo.

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07th Mar2012

New York, ricordi (part III)

by elenabardelli

Le quattordici ore di camminata quasi ininterrotta del giorno precedente mi

hanno fatto snobbare il suono della sveglia.

Decido che è giunta l’ora di alzarsi… le 9,00 am… tardi!!!

Guardo fuori. Il cielo sopra NY è grigio, l’asfalto bagnato.

Ero così cotta che nemmeno mi sono accorta che è piovuto durante la notte.

Mi do “un tono” e via, gambe in spalla! Direzione Little Italy e China Town (ma non si era detto che oggi si camminava meno?!?).

Bello vedere come tutto cambia facendo quattro (si fa per dire!) passi; le abitazioni, le strade più piccole, anche le auto quasi di taglia decente, meno turisti. Non cambiano le persone, magari vestite in maniera più modesta, ma danno sempre quell’ impressione di essere caricati a molla, con lo sguardo rivolto verso un punto ignoto dell’ infinito.

Quando però chiedo un informazione ad un indigeno mi accorgo che la disponibilità è diversa, decisamente più cortesi delle persone incontrate fino a quel momento.

All’alba delle 11,00 am una sosta per fare colazione (beh, è tardino ma in ferie si può fare) e mentre mi bevo il caffè beverone (che è bollente ma subisce una precipitazione improvvisa della temperatura) ne approfitto per riposare e aggiornare i miei appunti.

Bene, finito, si riprende a scarpinare.

Qualcosa mi dice che sono arrivata a China Town…

La confusione si intensifica, il traffico disordinato viene gestito da vigili.

Nell’aria si percepisce un odore di cibo penetrante. Un odore di grigliato si mischia a quello acre e speziato, uno di quegli odori persistenti che ti si stampano addosso e difficilmente te ne liberi.

Mi colpisce una vetrina con anatre, polli e calamari arrostiti appesi, ancora grondanti del loro grasso. Decisamente non mi ispira, mi fa quasi ribrezzo.

Per curiosità scendo in metropolitana. I soffitti bassi, il caldo, l’aria irrespirabile mi hanno fatto tornare subito all’aria aperta.

Qualche passo e mi accorgo che, sui marciapiedi, persone appoggiate ai muri o fuori dai negozi dicono qualcosa. Drizzo le orecchie e capisco che vogliono venderti degli orologi Rolex e borse firmate contraffatti.

Qualche isolato in la e chiaramente eccomi arrivata a Little Italy.

Dopo una prima impressione surrealistica capisco che la “musica” è la medesima di China Town, solo sembra di essere a Pigalle – Parigi, dove fuori dai locali , quasi ti prendono di peso per convincerti ad entrare nei locali. Qui uguale, cambia solo che al posto di uno spettacolo di strip tese cercano di rifilarti una pizza, un piatto di pasta, un cannolo. La cosa che più mi ha traumatizzata è stata essere a circa 6000 km da casa e subirmi Gigi D’Alessio a tutto volume, una cosa che non si può certo dimenticare!

Dietro front! Si torna alla base per rilassarsi un po’.

Nel frattempo è iniziato a piovere.

Con la voglia di uscire degna di una spora in condizioni ambientali avverse mi trascino all’Hill Country (30 west 26th St), il posto più vicino all’Hotel.

Mi sento una vera interdetta grazie anche al fatto che con la musica così alta capisco meno ancora di quel che avrei capito normalmente.

Nonostante tutto sono riuscita ad ordinare, mangiare e pagare il conto.

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